Scenario

Google porta al cinema 11 corti creati con Flow

Google Labs presenta al Metrograph i lavori di 11 artisti: corti realizzati con Flow che rivendicano autorialità, emozione e controllo creativo.

30 lug 2026 3 min lettura A cura di Redazione
Google porta al cinema 11 corti creati con Flow
Condividi

Per quasi due anni, gran parte del dibattito sulle immagini generate dall’intelligenza artificiale si è condensato in una parola sprezzante: slop. Il termine indica contenuti stranianti, impersonali e visivamente aggressivi, prodotti tramite prompt e riversati rapidamente online. Google Labs prova ora a cambiare questa percezione portando al cinema i lavori di 11 artisti coinvolti nella quarta edizione di Flow Sessions, presentati al Metrograph di New York.

I cortometraggi mostrano un impiego dell’AI generativa distante dall’automazione senza controllo associata allo slop. Sono opere personali, tattili e immaginative, più vicine a memorie cinematografiche o film-saggio che a corti tradizionali. Gli strumenti non sostituiscono la costruzione e il montaggio, ma aiutano gli autori a realizzare visioni che, con tecniche convenzionali, richiederebbero budget proibitivi e troupe numerose.

Al centro del progetto c’è Google Flow, ambiente di creazione multimediale generativa pensato come spazio collaborativo. Il programma Flow Sessions riunisce per sei settimane artisti provenienti dalle belle arti, dalle agenzie commerciali e da altri ambiti, affidando loro lo sviluppo di progetti personali. Per Brianna Doyle, responsabile della community di Google Labs, l’obiettivo è ridurre la distanza tra gli sviluppatori che scrivono il codice e gli artisti che utilizzano gli strumenti.

Flow porta l’AI oltre lo slop, dentro un processo guidato dagli autori

L’impostazione dichiarata è costruire l’AI con gli artisti, non semplicemente per loro. La tecnologia diventa così un canale espressivo, anziché un rimpiazzo della creatività, della narrazione e del processo umano. Doyle sintetizza l’approccio con la formula «abbassare il pavimento e alzare il soffitto»: ridurre le barriere d’ingresso per chi si avvicina al cinema e ampliare ciò che un autore indipendente può produrre e perfezionare.

Anche l’evoluzione del prodotto riflette questo confronto. Flow era nato soprattutto come sistema video, ma gli artisti trascorrevano molto tempo a lavorare su immagini e storyboard. Il loro riscontro ha portato all’introduzione della generazione di immagini e di un’interfaccia organizzativa basata su cartelle, etichette e strutture, concepita per accompagnare le idee dal primo concetto alla produzione senza interrompere il flusso creativo.

La tecnologia accelera la produzione, ma la storia resta al centro

Per Ikenna Mokwe, fondatore di OnGen Studio e professionista con 15 anni di esperienza nei media tradizionali, questa efficienza modifica il percorso tra proposta astratta e risultato. Mokwe utilizza Gemini con comandi vocali per trasformare appunti notturni in sceneggiature strutturate, evitando il passaggio della digitazione, e impiega micro-strumenti personalizzati per automatizzare movimenti di camera ripetitivi. La storia, precisa l’autore, resta «al centro di tutto».

La componente umana emerge anche in Two Chairs di Dion Lee, una riflessione sulla scelta delle donne se avere figli. Lee scrive due lettere: una alla figlia diciottenne, l’altra alla versione di sé che non è mai diventata madre. Due sedie funzionano da elemento visivo centrale per affiancare vite parallele e costruire un dibattito interiore, dimostrando come l’AI possa inserirsi in un racconto intimo senza cancellarne l’autorialità.

Undici artisti rivendicano un cinema generativo ancora profondamente personale

Adam Brumley, alla guida di Studio Heartfelt, percorre invece il confine tra digitale e fisico: usa Flow per tradurre poesie e disegni in personaggi tridimensionali di feltro ad ago, poi animati. L’impiego dell’AI lo riporta anche alla lavorazione manuale, mentre gli strumenti lo aiutano a definire texture e illuminazione ed esplorare rapidamente alternative. Per un autore che lavora da solo, completare idee così articolate sarebbe altrimenti impraticabile. Gli 11 partecipanti adottano metodi e linguaggi diversi, ma condividono la stessa rivendicazione: l’autore resta riconoscibile, anche quando la macchina entra nel processo.

Articoli Correlati