BeMySource ha annunciato il lancio globale di un marketplace che consente a ricercatori, giornalisti, studenti e professionisti di consultare a distanza materiali custoditi in archivi, biblioteche e collezioni speciali. Il servizio interviene su una parte della conoscenza che la digitalizzazione non ha ancora reso accessibile online: documenti fisici raggiungibili soltanto recandosi sul posto oppure rispettando specifiche regole di accesso istituzionale.
Il dato che descrive la scala iniziale del progetto è una rete composta da oltre 2.000 biblioteche, archivi e collezioni speciali registrati. Dall’apertura al pubblico, l’applicazione è stata scaricata in più di 40 Paesi e in oltre 100 città. La copertura dichiarata comprende Europa, Nord America, Asia, America Latina e Africa, con prezzi mostrati nelle valute locali in base alla posizione dell’utente.
Il funzionamento segue la logica di un marketplace della ricerca. L’utente pubblica una richiesta relativa al materiale di cui ha bisogno; la piattaforma lo abbina a un collaboratore locale verificato, già dotato di un accesso legittimo all’istituzione interessata. Il collaboratore recupera il documento originale e viene remunerato per il tempo e per l’attività svolta, mentre le transazioni sono gestite in modo sicuro attraverso l’app.
La rete può coinvolgere biblioteche nazionali, archivi universitari, uffici municipali dei registri e raccolte specialistiche. Gli impieghi indicati spaziano dalla consultazione di documenti storici al giornalismo investigativo, dalla ricerca accademica alla verifica della provenienza, fino allo studio indipendente. Le discipline coperte comprendono storia, scienze politiche, ricerca medica, patrimonio culturale e attività giornalistica.
Il posizionamento scelto distingue nettamente il servizio dagli strumenti automatizzati. BeMySource non produce riassunti, risposte generate o citazioni sintetiche: ogni risultato deriva da documenti reali recuperati fisicamente da una persona. La piattaforma punta così a conservare tre elementi centrali nel lavoro sulle fonti primarie — accuratezza, provenienza e fiducia — soprattutto nei casi in cui un riferimento non verificabile può compromettere un’inchiesta o un progetto scientifico.
«Non c’è un’AI che genera risposte», ha sottolineato Angelina Giovani-Agha, fondatrice di BeMySource. L’obiettivo dichiarato è evitare citazioni inesistenti e restituire materiale proveniente da archivi reali attraverso persone reali. Più che sostituire il lavoro del ricercatore, il modello trasferisce online il processo di individuazione e ingaggio di chi può raggiungere una fonte rimasta offline.
Per imprese, redazioni e organizzazioni di ricerca, il meccanismo può trasformare una trasferta in una richiesta gestita da remoto, senza eliminare i vincoli stabiliti dalle singole istituzioni. Il collaboratore deve infatti disporre di un accesso autorizzato, mentre il valore consegnato non è una ricostruzione automatica ma il materiale originale recuperato sul posto. Sul lato dell’offerta, gli utenti locali ottengono opportunità retribuite, alla base di un modello distribuito che BeMySource definisce sostenibile.
Il servizio è disponibile globalmente su iOS e Android; per richieste personalizzate e necessità istituzionali è previsto anche l’accesso web. La proposta porta quindi le dinamiche delle piattaforme digitali dentro un ambito ancora legato alla presenza fisica: non digitalizza direttamente gli archivi, ma organizza una rete umana capace di attraversarne, nel rispetto degli accessi disponibili, le barriere geografiche e istituzionali.