Negli Stati Uniti il boom dei data center sta incontrando una resistenza sempre più organizzata. L’Assemblea dello Stato di New York ha approvato questo mese quella che potrebbe diventare la prima moratoria statale del Paese sui grandi nuovi impianti, una misura che ora attende la firma della governatrice Kathy Hochul. Per i comitati che contestano l’espansione dell’infrastruttura digitale, il voto segna un possibile punto di svolta.
Il dato più rilevante è la scala del fenomeno: secondo la ricerca di Data Center Watch, l’opposizione delle comunità ha rallentato o bloccato progetti per oltre 150 miliardi di dollari nell’ultimo anno. La crescita dell’intelligenza artificiale ha accelerato la domanda di capacità computazionale, ma ha anche reso più visibili i costi locali di questa infrastruttura: consumo elettrico, pressione sulle risorse idriche, nuove costruzioni e impatto sui territori.
Seth Gladstone, di Food and Water Watch, ha sintetizzato il clima politico spiegando che in quasi tutti i 50 Stati esiste una forte pressione dal basso per fermare o sospendere la diffusione dei data center. La richiesta, più che un rifiuto indistinto della tecnologia, è quella di premere il pulsante di pausa davanti a un’espansione percepita come troppo rapida. Gladstone ha anche sottolineato che il tema non segue una linea partitica: nessuno vuole pagare molto di più per l’elettricità o trovarsi davanti a scarsità d’acqua.
Questa dimensione trasversale è uno degli elementi più significativi per imprese e operatori tecnologici. L’infrastruttura che sostiene cloud, servizi digitali e AI non viene più discussa soltanto come leva di innovazione, ma come questione di pianificazione urbana, tariffe energetiche e consenso sociale. Michél Legendre, campaigns director della Dogwood Alliance, ha osservato che molte organizzazioni sono state colte di sorpresa dalla scala e dalla velocità delle proposte, lasciando spesso alle comunità il primo lavoro di mobilitazione.
Il caso di Seattle mostra come la protesta possa trasformarsi rapidamente in decisione amministrativa. La città è diventata la più grande negli Stati Uniti con una moratoria sui data center, dopo mesi di incontri pubblici organizzati da gruppi locali come 350 Seattle, Seattle Troublemakers e Seattle DSA. All’inizio l’obiettivo era sostenere comunità della parte centrale dello Stato di Washington già esposte a nuove proposte. Poi, in aprile, è emerso che quattro grandi aziende tecnologiche cercavano permessi per costruire almeno cinque grandi data center in città.
Uno dei progetti prevedeva un nuovo edificio di sei piani nel centro cittadino per ospitare una struttura di calcolo sviluppata da Digital Realty. Ben Jones, di 350 Seattle, ha affermato che l’energia richiesta da questi impianti sarebbe equivalente a un terzo dell’impronta energetica della città. La rete di attivisti già costruita nei mesi precedenti ha generato oltre 96.000 email al Consiglio comunale. Il risultato è arrivato il 9 giugno, con l’approvazione unanime della moratoria.
La sospensione di Seattle durerà un anno, periodo in cui amministratori e comunità potranno lavorare a regole permanenti. Raj Mirpuri, ricercatore di machine learning e organizzatore della Seattle DSA, ha indicato alcuni criteri: trasparenza, protezioni su energia e acqua, benefici per le comunità. Moratorie o iniziative analoghe sono emerse anche a Monterey Park in California, Scarborough nel Maine, Canton in North Carolina e New Orleans.
Il movimento non ha però vinto ovunque. Nel Maine, una moratoria statale già approvata dal legislatore è stata bloccata dal veto della governatrice Janet Mills. In altri Stati, tra cui Pennsylvania, Michigan, South Carolina e Vermont, i legislatori stanno valutando misure simili. La pressione arriva anche da casi locali più improvvisi, come nello Utah, dove attivisti hanno contestato un grande progetto attribuito a Kevin O’Leary nel bacino del Great Salt Lake. Il messaggio per il settore è chiaro: l’espansione dell’infrastruttura digitale dovrà misurarsi sempre più con licenze sociali, regole locali e limiti ambientali.