Midjourney prova a spostare il baricentro del contenzioso con Hollywood: non solo difendersi dall’accusa di violazione del copyright, ma chiedere agli studios di rivelare come usano a loro volta l’AI generativa. La startup ha depositato una nuova richiesta nell’ambito della causa che la oppone a Disney, Universal e Warner Bros., puntando ad ampliare la documentazione che le major dovranno produrre nella fase di discovery.
Il nodo è concreto: gli studios accusano Midjourney di avere addestrato e reso disponibili modelli capaci di generare immagini di personaggi protetti, come Bart Simpson e Darth Vader. Disney e Universal hanno avviato l’azione legale nel 2025; pochi mesi dopo si è aggiunta Warner Bros. La startup sostiene invece che l’addestramento dei propri modelli su immagini di personaggi coperti da copyright rientri nel fair use.
La nuova mossa riguarda la quantità e il tipo di documenti che gli studios dovranno consegnare. Un giudice aveva già stabilito che le major dovessero fornire informazioni sul loro uso dell’AI generativa, ma con un limite: solo quando tale uso avesse prodotto video o immagini consumer-facing, cioè destinati al pubblico. Midjourney chiede ora di superare quella restrizione, sostenendo che permetta agli studios di selezionare solo i materiali utili alle proprie tesi sul danno di mercato.
Nella richiesta, Midjourney afferma che i documenti trattenuti potrebbero mostrare se, a porte chiuse, le major stiano facendo proprio ciò che contestano alla startup. Il passaggio è centrale per la strategia difensiva: se gli studios sviluppano o usano modelli di generazione immagini per attività interne, come storyboarding o ideazione di contenuti per cinema e televisione, la startup sostiene che ciò potrebbe dimostrare l’esistenza di una prassi di settore.
La tesi è destinata a pesare oltre il singolo caso. Se l’uso interno dell’AI per progettare scene, esplorare concept visivi o accelerare la pre-produzione fosse documentato anche dentro le major, il dibattito sul copyright non riguarderebbe più soltanto i fornitori di modelli, ma l’intera filiera creativa. Midjourney punta infatti a collegare le accuse degli studios al modo in cui gli stessi attori industriali sperimentano strumenti di image generation nei propri processi.
La startup chiede anche un accesso più ampio ai prompt usati dagli studios su Midjourney e agli output prodotti, non solo a quelli che avrebbero generato le immagini considerate illecite. Anche questo punto ha una funzione precisa: ricostruire il comportamento complessivo degli utenti corporate, distinguere i casi contestati dal resto degli utilizzi e verificare se le richieste inserite nel sistema abbiano inciso sui risultati ottenuti.
Dall’altra parte, la posizione degli studios resta focalizzata sulla tutela dei propri cataloghi. Le major non chiedono di fermare la tecnologia AI né di chiudere l’attività di Midjourney, ma di impedire alla startup di copiare film e serie TV, distribuire o mostrare pubblicamente opere derivate e creare contenuti che includano copie non autorizzate dei loro personaggi più riconoscibili. Il confronto, quindi, non si presenta come uno scontro astratto sull’innovazione, ma come una disputa sui confini dell’uso commerciale di opere protette.
Per le imprese che adottano strumenti generativi, il caso mostra quanto i flussi interni possano diventare materiale probatorio: prompt, output, processi creativi e modelli usati per attività non pubbliche possono finire al centro di una controversia. La causa tra Midjourney e Hollywood mette così in primo piano una domanda operativa per aziende creative, media company e reparti marketing: quanto è tracciabile, governato e difendibile l’uso quotidiano dell’AI nei processi di produzione?