Opinioni Il punto cieco dei CISO: la fedeltà dei dipendenti
4' 14''
19/02/2026

Le aziende si affidano erroneamente all'anzianità per prevenire minacce interne, ignorando che la fedeltà è dinamica e influenzata da equità e circostanze.

Il punto cieco dei CISO: la fedeltà dei dipendenti

Le organizzazioni aziendali e governative affrontano oggi una crisi silenziosa nel loro modello di sicurezza: la convinzione radicata che la fedeltà dei dipendenti, misurata attraverso anzianità di servizio, performance o dichiarazioni di impegno, rappresenti una garanzia affidabile contro le minacce interne. Questa equazione tra lealtà e sicurezza, diffusa in ogni settore, trascura una realtà fondamentale emersa dall'analisi di decenni di incidenti: la fedeltà non è un tratto statico ma una risposta dinamica, condizionata da percezioni di equità, circostanze personali e allineamento organizzativo.

Il problema assume particolare urgenza nel contesto attuale. L'instabilità economica, alimentata da inflazione persistente e licenziamenti di massa legati all'automazione tramite intelligenza artificiale, crea pressioni crescenti sui lavoratori. Gli agenti AI autonomi rappresentano oggi uno dei vettori di minaccia interna in più rapida crescita, con capacità operative che superano i controlli tradizionali. Secondo analisi di IBM e Mimecast del 2025, un singolo incidente causato da insider costa alle aziende tra 4,9 e 13,9 milioni di dollari, cifre che rendono evidente l'insostenibilità di modelli basati su valutazioni soggettive della lealtà.

L'esperienza accumulata in oltre mezzo secolo tra governo, settore privato e giornalismo rivela pattern ricorrenti: ciò che inizia come genuino impegno si erode sotto il peso di aspettative deluse, tensioni finanziarie o divergenze ideologiche. L'insider considerato al di sopra di ogni sospetto diventa il vettore attraverso cui dati sensibili, proprietà intellettuale o integrità operativa vengono compromessi. Questi non sono fallimenti isolati di tecnologia o screening, ma incapacità sistemiche nel riconoscere che la lealtà è relazionale e condizionale.

La persona che un tempo si identificava fortemente con la missione aziendale può iniziare a sentirsi sottovalutata, esclusa dalle progressioni di carriera o schiacciata da pressioni esterne, mentre l'organizzazione, basandosi su parametri soggettivi di performance passata, non nota il cambiamento fino a quando il danno è fatto.

I casi recenti illustrano concretamente questa dinamica. Nell'amministrazione federale statunitense, i licenziamenti improvvisi nell'ambito di iniziative di riduzione della forza lavoro hanno lasciato ex dipendenti con accesso residuo a sistemi sensibili, amplificando i rischi di esposizione dati o ritorsione. Nel settore corporate, ingegneri o executive che hanno accumulato anni di conoscenze istituzionali lasciano l'azienda portando con sé informazioni proprietarie, motivati non da spionaggio ma da opportunità o risentimento.

Il modello di "barometri personali" della lealtà, dove valutazioni collegiali informali sostituiscono misure oggettive, si rivela particolarmente fragile. Un'affermazione come "Janet ama questa azienda, è qui da vent'anni" rappresenta un consenso soggettivo che raramente si accompagna a verifiche consistenti e trasparenti. Le organizzazioni operano sotto la convinzione che la lealtà dimostrata diventi uno scudo durevole: l'anzianità viene premiata con privilegi di accesso crescenti, i performer eccellenti ottengono diritti di sistema più ampi senza commensurate revisioni comportamentali.

La convergenza di forze contemporanee espone ora i limiti di questi modelli assuntivi. Le tensioni geopolitiche amplificano la minaccia, con attori statuali e proxy che sfruttano crescentemente pressioni economiche e divisioni ideologiche per reclutare o coercere individui, offuscando i confini tra malcontento personale e influenza esterna ostile. In settori critici come trasporti, finanza, sanità ed energia, dove ruoli elevati ricevono già scrutinio maggiore, il modello dimostra resilienza. Negli ambienti meno regolamentati, l'assenza di standard universali e consensuali lascia le organizzazioni esposte.

La crisi di fiducia del CISO è quindi duplice: architettonica nel dominio delle macchine e relazionale nel dominio umano, con la coerenza tra questi ambiti che emerge come principio essenziale per la resilienza a lungo termine.

Il parallelismo con il problema dell'avvelenamento dell'AI risulta illuminante: così come dati di training corrotti compromettono l'affidabilità degli output dell'intelligenza artificiale, lealtà umane non esaminate o interpretate erroneamente erodono l'affidabilità degli individui che progettano, operano e proteggono quei sistemi. In entrambi i domini, la rimediazione reattiva si rivela insufficiente. La fiducia deve essere ricostruita attraverso verifica deliberata e continua piuttosto che assunzioni periodiche.

Il programma federale Trusted Workforce 2.0 offre una blueprint vitale per il settore privato. Con implementazione completa prevista entro il 2026 attraverso le agenzie governative, questo programma iscrive milioni di persone in sistemi di verifica continua, utilizzando controlli automatizzati dei record per revisionare in tempo reale una molteplicità di rischi, riducendo la dipendenza da revisioni periodiche. Adattamenti privati sono fattibili ed essenziali: autorizzazioni sicure da parte del personale chiave per monitoraggio continuo, specchiando l'ethos di supporto del TW 2.0 senza mandati federali.

Pratiche più ampie includono pulse survey e strumenti di engagement per rilevare precocemente disallineamenti, revisioni HR integrate e interventi di wellness. Secondo Gartner, programmi comportamentali integrati con AI riducono del 40% gli incidenti causati da dipendenti. Questi investimenti risultano economici, scalabili e consensuali, favorendo la fiducia reciproca. Le posizioni con accesso a "gioielli della corona" – dati sensibili, sistemi finanziari, registri del personale – o ruoli executive richiedono intrinsecamente maggiore supervisione, come dimostrato nei settori regolamentati.

Nell'era della zero trust, non dovrebbero esserci resistenze nell'adozione di politiche del personale basate sul principio "fidarsi ma verificare".

La domanda che rimane aperta riguarda la velocità di adozione: quanto tempo impiegheranno le organizzazioni non regolamentate a riconoscere che il costo della verifica continua, per quanto significativo, impallidisce di fronte alle perdite multimilionarie di un singolo incidente da insider? E soprattutto, quanto margine resta prima che la combinazione tra volatilità umana, autonomia delle macchine e opportunismo geopolitico trasformi vulnerabilità isolate in esposizioni sistemiche irreversibili?

Fonte: csoonline.com

Condividi questo contenuto