Un’adozione più rapida dell’intelligenza artificiale potrebbe aumentare fino al 4% il PIL africano nel prossimo decennio. La stima arriva dal Fondo monetario internazionale, che misura così il potenziale economico di una diffusione dell’AI molto più ampia rispetto a quella attuale. Proseguendo sulla traiettoria odierna, infatti, il contributo si fermerebbe allo 0,2%: un impatto venti volte inferiore rispetto allo scenario di accelerazione.
Il rapporto, intitolato “Africa Can Grow Faster With AI—If It Moves Now” e redatto dagli economisti del Dipartimento africano del FMI, lega però il risultato alla velocità con cui imprese e governi sapranno estendere l’adozione oltre la cerchia degli utenti già connessi. Il bacino decisivo comprende imprese informali, piccoli agricoltori e aziende di medie dimensioni, realtà che costituiscono una parte essenziale dell’economia regionale ma che spesso restano ai margini della trasformazione digitale.
Martin Schindler e gli altri autori avvertono che l’Africa subsahariana è attualmente in ritardo rispetto a ogni altra regione nell’adozione dell’AI. Se le economie più ricche accelerassero mentre aziende e amministrazioni africane rimanessero ferme, il divario di produttività con il resto del mondo sarebbe destinato ad ampliarsi. La variabile centrale non è dunque soltanto la disponibilità della tecnologia, ma la capacità di portarla rapidamente nei processi economici e nei servizi.
I primi segnali sono già visibili. Zimbabwe, Kenya, Egitto e Nigeria hanno fatto avanzare le rispettive strategie nazionali sull’intelligenza artificiale, mentre operatori di telecomunicazioni come Vodacom, Econet, Africell e MTN sono passati dalle sperimentazioni all’integrazione dell’AI nelle attività operative e nelle reti. Nel settore pubblico, il FMI cita chatbot impiegati a sostegno dell’insegnamento in Nigeria e l’uso dell’analisi dei dati da parte del South African Revenue Service per indirizzare gli accertamenti fiscali.
La prospettiva delineata non mette al centro la sostituzione degli impiegati, tema dominante nel dibattito delle economie più avanzate. Il possibile guadagno africano risiede soprattutto nell’aumento della produttività diffusa: strumenti per aiutare le aziende informali a gestire le scorte, soluzioni capaci di migliorare le rese dei piccoli agricoltori e applicazioni che accompagnino le imprese medie verso la formalizzazione e la preparazione all’export. L’AI viene così descritta come una leva per ampliare la capacità operativa dell’intero sistema economico.
La proiezione del FMI si inserisce in un insieme più ampio di stime, formulate con metodologie e orizzonti differenti. L’African Development Bank indica fino a mille miliardi di dollari di PIL aggiuntivo entro il 2035, mentre la GSMA valuta un contributo potenziale fino a 2.900 miliardi. Un rapporto commissionato da Meta a Public First stima inoltre che l’AI potrebbe aggiungere 528 miliardi di rand al PIL del Sudafrica nel prossimo decennio. Numeri non direttamente sommabili, ma accomunati da aspettative elevate e dalla dipendenza dalle condizioni di adozione.
Per trasformare le proiezioni in crescita effettiva, il FMI sollecita investimenti in elettricità affidabile, banda larga accessibile, infrastrutture per i dati e competenze digitali. Le carenze energetiche che interessano diversi Paesi e la distribuzione disomogenea della connettività rappresentano ostacoli concreti. Il raggiungimento del 4% dipenderà quindi dalla capacità di spostare l’AI oltre le imprese già digitalmente connesse: sarà il ritmo dell’adozione, più ancora della sola capacità di ricerca, a determinare se il divario di produttività si allargherà o inizierà a ridursi.