La corsa ai data center in Texas incontra una resistenza sempre più esplicita sul territorio. Un nuovo sondaggio della University of Texas/Texas Politics Project indica che il 56% dei texani non vuole la costruzione di un data center nella propria comunità, mentre il 29% si dice favorevole. Il dato arriva mentre i legislatori statali stanno valutando l’impatto della rapida crescita di queste infrastrutture su risorse locali, bollette e capacità della rete.
Il tema non si presenta come una normale disputa politica. Le preoccupazioni attraversano gli schieramenti e si concentrano su tre nodi concreti: stabilità della rete, scarsità idrica e aumento dei costi dell’elettricità. La questione è arrivata al centro del lavoro del Texas House Committee on Natural Resources, che ha ascoltato esperti idrici e cittadini provenienti da diverse aree dello Stato per valutare il consumo d’acqua dei data center e le ricadute sui sistemi locali.
Il rappresentante Trent Ashby, membro della commissione, ha sintetizzato il punto con un richiamo alla domanda futura di risorse: i texani, ha spiegato, sono preoccupati di avere abbastanza acqua, in particolare acqua sotterranea, per soddisfare i bisogni dei prossimi anni. È un passaggio rilevante perché sposta il dibattito dai soli benefici economici dell’infrastruttura digitale alla capacità dei territori di sostenerne i consumi materiali.
Il caso più concreto emerso nelle audizioni riguarda la Caldwell County. Il giudice della contea Hoppy Haden ha dichiarato che alcuni sviluppatori hanno acquistato circa 6.000 acri destinati a quattro campus, con un totale previsto di circa 18-20 data center. Secondo Haden, se altri progetti dovessero aggiungersi, la contea potrebbe trovarsi con una pressione sulle risorse naturali pro capite superiore a quella di qualsiasi altra contea degli Stati Uniti.
Il nodo istituzionale è altrettanto sensibile. Haden ha affermato che gli sviluppatori starebbero puntando su contee rurali e non incorporate del Texas proprio perché i governi di contea hanno una capacità normativa limitata nel controllare lo sviluppo. In pratica, le amministrazioni locali si trovano a gestire le conseguenze di grandi insediamenti infrastrutturali senza disporre necessariamente degli strumenti per imporre vincoli, tempi o condizioni adeguate.
Il sondaggio mostra anche una geografia politica della contrarietà. Secondo James Henson, direttore del Texas Politics Project, l’opposizione è più forte nelle aree dove il Partito Repubblicano è molto radicato: nelle zone rurali il 62% si oppone ai data center, mentre nei sobborghi la quota arriva al 60%. È un segnale importante per un settore che spesso presenta i nuovi campus digitali come motori di investimento, ma che sul territorio può essere percepito come un fattore di pressione su acqua, energia e pianificazione locale.
Per imprese tecnologiche e operatori infrastrutturali, il messaggio è chiaro: la disponibilità di terreno e l’accesso all’energia non bastano più a definire la fattibilità sociale di un progetto. L’espansione del cloud, dell’elaborazione dati e dei carichi legati all’intelligenza artificiale richiede strutture fisiche sempre più grandi, ma la loro accettazione dipende anche dalla trasparenza sui consumi e dalla capacità di dimostrare che l’impatto locale è sostenibile.
Proprio la trasparenza è diventata il punto più critico. Il Texas Water Development Board ha dichiarato che solo il 17% dei data center ha risposto a un sondaggio annuale usato dallo Stato per stimare il consumo idrico futuro. Con l’83% degli operatori ancora senza risposta e la scadenza prevista per la settimana successiva, i legislatori hanno indicato l’intenzione di sostenere nella prossima sessione una proposta di legge per obbligare i data center a comunicare quanta acqua usano e da dove proviene. Per il Texas, la crescita digitale entra così in una fase più politica: non basta costruire capacità computazionale, bisogna rendere conto del suo costo sul territorio.