L’adozione accelerata degli strumenti di intelligenza artificiale nelle imprese sta generando una nuova esposizione agli attacchi informatici. Il Sophos AI Security 2026 Report, pubblicato il 22 luglio, individua nelle identità associate ad agenti e assistenti AI una superficie d’attacco in rapida espansione. La dimensione del fenomeno emerge dal dato citato nel rapporto: nell’ultimo anno il numero di agenti AI attivi negli ambienti aziendali è aumentato del 466,7%.
Dipendenti e sviluppatori utilizzano ormai coding agent, assistenti agentici, modelli linguistici e altri strumenti per automatizzare attività e accelerare il lavoro. Per svolgere questi compiti, gli agenti ricevono spesso accessi privilegiati ai sistemi centrali dell’organizzazione. Efficienza e autonomia operativa si accompagnano così a un ampliamento del perimetro da proteggere: ogni agente dispone di un’identità, utilizza credenziali e stabilisce connessioni con applicazioni e dati aziendali.
Gli attaccanti possono colpire proprio il sistema di fiducia costruito intorno a queste identità AI, puntando alle autorizzazioni e alle credenziali che permettono agli agenti di operare. Una compromissione può aprire un nuovo percorso verso le reti interne, trasformando token OAuth, credenziali dei servizi AI, strumenti per sviluppatori e infrastrutture esposte in obiettivi ad alto valore. Le politiche di sicurezza e governance, tuttavia, non stanno avanzando alla stessa velocità dell’adozione.
Il problema riguarda il tessuto di identità che collega i servizi AI ai sistemi aziendali, una configurazione che i modelli tradizionali di controllo degli accessi non erano stati progettati per gestire. Password deboli e privilegi troppo estesi aumentano ulteriormente l’esposizione. Se un agente dispone di autorizzazioni elevate, la violazione della sua identità può offrire agli aggressori accessi aggiuntivi per sottrarre dati, favorire la distribuzione di ransomware o condurre altre attività dannose.
Esiste anche uno scenario più sottile: l’accesso compromesso potrebbe essere utilizzato per manipolare o “avvelenare” gli strumenti AI aziendali, orientandoli gradualmente verso azioni utili all’attaccante e dannose per l’organizzazione o per i suoi utenti. Parallelamente, l’AI è già integrata nelle campagne criminali per sostenere phishing, ingegneria sociale e sviluppo di malware. Per John Peterson, CTO di Sophos, la sicurezza dell’AI non riguarda quindi soltanto il comportamento dei modelli o rischi futuri e ipotetici.
La risposta proposta parte da un principio operativo: trattare gli agenti AI come utenti umani. Ogni agente dovrebbe accedere esclusivamente alle applicazioni e ai servizi indispensabili per il proprio compito, applicando una logica di privilegio minimo. L’ingresso in una nuova area, applicazione o servizio dovrebbe inoltre richiedere una verifica manuale, evitando che l’autonomia si traduca automaticamente in libertà di movimento all’interno dell’infrastruttura aziendale.
Il rapporto raccomanda anche di configurare sistemi di allerta capaci di individuare comportamenti sospetti o trasferimenti inattesi di dati associati alle identità degli agenti. La crescita dei modelli di frontiera renderà più urgente governare l’utilizzo dell’AI, proteggere identità e connessioni e reagire alla rapidità con cui gli attaccanti adottano nuove capacità. La superficie d’attacco non coincide più soltanto con persone, dispositivi e applicazioni: comprende ora anche gli agenti autonomi che agiscono per conto dell’impresa.