La Commissione europea ha presentato il Digital Networks Act, il regolamento destinato a sostituire le norme sulle telecomunicazioni del 2018, abbandonando definitivamente l'ipotesi di un contributo obbligatorio delle Big Tech statunitensi alla realizzazione delle infrastrutture di rete europee. Al suo posto, Bruxelles ha introdotto un meccanismo di conciliazione volontaria per le dispute commerciali tra fornitori di contenuti e operatori di connettività, affidato alle autorità nazionali con linee guida stabilite dal BEREC. Una soluzione che ha scontentato sia l'industria delle telecomunicazioni sia i colossi tecnologici.
Il nodo della questione affonda le radici in un conflitto economico irrisolto: gli operatori telefonici europei rivendicano da anni un contributo diretto da parte di giganti come Google, Netflix, Amazon, Meta, Apple e Microsoft, accusati di generare la maggior parte del traffico di rete senza partecipare ai costi di sviluppo della fibra ottica e del 5G. Secondo le telco, questa asimmetria crea una distorsione competitiva insostenibile, dove chi investe nelle infrastrutture non riceve adeguata remunerazione da chi le sfrutta commercialmente.
La proposta di Bruxelles rappresenta un compromesso politico che ha radici evidenti negli equilibri transatlantici. Dopo tre anni di consultazioni, l'idea di un fair share obbligatorio è tramontata definitivamente nell'estate del 2024, quando Ursula von der Leyen e Donald Trump hanno legato l'accordo sui dazi alla rinuncia europea di imporre balzelli alle Big Tech americane. Una dinamica che rivela come le questioni regolamentari del digitale siano ormai inscindibili dai rapporti commerciali globali.
Le reazioni dell'industria delle telecomunicazioni sono state durissime. Connect Europe, l'associazione che raggruppa i maggiori incumbent europei, e la GSMA, che rappresenta gli operatori mobili, hanno espresso profonda delusione. Henna Virkkunen, Vicepresidente della Commissione, ha difeso l'impostazione sostenendo che "queste relazioni commerciali bilaterali generalmente funzionano bene", una visione contestata dalle telco che vedono nel meccanismo volontario un'arma spuntata.
Paradossalmente, anche le Big Tech hanno accolto con freddezza il provvedimento. La CCIA (Computer and Communications Industry Association) ha criticato duramente il sistema di conciliazione, accusando Bruxelles di aver creato un escamotage che lascia "la porta aperta" a "emendamenti legislativi o decisioni delle autorità di regolamentazione nazionali" capaci di introdurre surrettiziamente tariffe di rete. Le multinazionali tecnologiche temono che ogni singola autorità nazionale possa imporre condizioni diverse, frammentando il mercato europeo proprio mentre il DNA dovrebbe garantire maggiore armonizzazione rispetto alle precedenti direttive.
Un ulteriore punto di frizione riguarda l'estensione degli obblighi regolamentari. Il Digital Networks Act impone per la prima volta ai servizi cloud e agli operatori CDN (Content Delivery Network) gli stessi standard di sicurezza, trasparenza tecnica e continuità del servizio richiesti agli operatori di telecomunicazioni tradizionali. Una scelta che ha trovato un precedente nell'intervento dell'Agcom su CloudFlare e che potrebbe ridefinire gli equilibri del settore.
Alcuni analisti ipotizzano scenari paradossali: il meccanismo di conciliazione potrebbe trasformarsi in un boomerang per le telco. Se ogni operatore nazionale tentasse di imporre tariffe sull'ultimo miglio – la porzione di rete controllata dalle telco che rappresenta circa il 2% dell'infrastruttura complessiva, mentre dorsali oceaniche e cavi sottomarini sono gestiti direttamente dalle Big Tech – i colossi digitali potrebbero semplicemente bypassare le reti tradizionali. Google ha già siglato accordi con Skylo e SpaceX per soluzioni satellitari, e in prospettiva le Big Tech potrebbero aumentare il ricorso a tecnologie alternative o addirittura rilevare direttamente operatori telefonici tradizionali per evitare negoziazioni sgradite.
Il regolamento, che ha scelto la forma vincolante del regolamento anziché quella più flessibile della direttiva, dovrà ora essere negoziato con Parlamento e Consiglio europei. La sua entrata in vigore è prevista tra la fine del 2027 e l'inizio del 2028, un arco temporale che lascia spazio a pressioni politiche e modifiche sostanziali.
La vicenda solleva interrogativi più ampi sulla capacità dell'Unione europea di governare l'economia digitale mantenendo equilibri tra sovranità tecnologica, competitività industriale e relazioni transatlantiche. Il Digital Networks Act rischia di rappresentare un'occasione mancata: troppo timido per soddisfare le richieste degli operatori europei, troppo interventista per le multinazionali americane, potenzialmente inefficace nel garantire investimenti adeguati nelle infrastrutture digitali del continente. Resta da chiedersi se un compromesso che scontenta tutti costituisca una mediazione politica necessaria o semplicemente l'ennesima dimostrazione di debolezza regolatoria europea di fronte ai giganti tecnologici globali.