L'aggiornamento alla versione 3 del sistema di gestione delle estensioni di Chrome, che avrebbe dovuto limitare l'efficacia dei software per il blocco della pubblicità e la protezione della privacy, si è rivelato sostanzialmente neutrale. Uno studio accademico dell'Università Goethe di Francoforte, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings on Privacy Enhancing Technologies, dimostra che le prestazioni delle estensioni basate su Manifest v3 (MV3) sono equivalenti a quelle della precedente architettura Manifest v2 (MV2), contraddicendo anni di preoccupazioni espresse dagli sviluppatori.
La vicenda assume particolare rilevanza nel contesto del modello di business di Google, dove l'advertising rappresenta oltre l'80% dei ricavi del gruppo. Quando nel 2019 l'azienda di Mountain View annunciò la transizione verso MV3, giustificando la scelta con esigenze di sicurezza e prestazioni, molti osservatori notarono la coincidenza temporale con gli allarmi contenuti nei documenti finanziari della società sul potenziale impatto economico dei software di ad-blocking. La nuova architettura eliminava infatti le API più potenti utilizzate dalle estensioni per intercettare e modificare il traffico di rete in tempo reale.
I ricercatori Karlo Lukic e Lazaros Papadopoulos hanno analizzato comparativamente l'efficacia delle estensioni basate sulle due architetture, rilevando l'assenza di differenze statisticamente significative. In alcuni casi, le versioni MV3 hanno mostrato persino prestazioni superiori nel blocco degli script di tracciamento, con una media di 1,8 elementi in più bloccati per sito web rispetto alle controparti MV2. Lo studio, condotto in modo indipendente senza affiliazioni con Google o produttori di strumenti per la privacy, ha utilizzato le configurazioni predefinite delle estensioni per rispecchiare il comportamento dell'utente medio.
Il cuore tecnico della controversia riguardava la sostituzione dell'API chrome.webRequest nella sua versione sincrona con chrome.declarativeNetRequest, un'interfaccia asincrona che elabora le richieste in modo concorrente anziché sequenziale. Questa modifica, presentata come necessaria per migliorare le prestazioni del browser, riduceva la flessibilità degli sviluppatori nell'adattare dinamicamente il comportamento delle estensioni ai contenuti delle pagine web. La comunità degli sviluppatori aveva espresso perplessità per anni, richiedendo modifiche che sono arrivate con lentezza o non sono mai state implementate.
Lazaros Papadopoulos, assistente alla ricerca presso l'Università Goethe, ha precisato che lo studio rappresenta un'istantanea temporale e che futuri aggiornamenti a MV3 potrebbero modificare il quadro. La ricerca non ha valutato l'impatto sulle prestazioni in termini di velocità di caricamento delle pagine, né ha testato l'efficacia delle estensioni MV3 su siti web visitati meno frequentemente, dove il limite al numero di regole dichiarative potrebbe rappresentare un vincolo. Secondo il ricercatore, tuttavia, non esistono più ragioni tecniche per preferire browser che supportano ancora le estensioni MV2 legacy, come Firefox.
Al di là delle prestazioni delle singole estensioni, permangono problematiche strutturali nella gestione del Chrome Web Store. La sicurezza dell'ecosistema rimane problematica, con controlli ritenuti insufficienti dalla comunità degli sviluppatori. Google ha introdotto alcune migliorie, come le pagine dedicate agli editori, i caricamenti verificati e modifiche alle politiche sugli annunci affiliati che vietano l'alterazione dei link per sottrarre commissioni, ma il ritmo degli aggiornamenti resta lento rispetto alle aspettative.
Il caso solleva interrogativi più ampi sul potere delle piattaforme tecnologiche di modificare unilateralmente le architetture software che impattano l'esperienza di milioni di utenti. La coincidenza tra interessi commerciali e scelte tecniche continua a generare sospetti, anche quando i dati empirici suggeriscono che le preoccupazioni iniziali potrebbero essere state eccessive. Resta da vedere se questa apparente neutralità tecnica si manterrà nelle future iterazioni della piattaforma, o se rappresenti semplicemente una fase transitoria verso ulteriori restrizioni.