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Traceforce intercetta le azioni rischiose degli agenti AI

Traceforce monitora app, MCP e skill AI direttamente sui dispositivi aziendali, segnalando o bloccando in tempo reale le operazioni considerate rischiose.

29 lug 2026 3 min lettura A cura di Redazione
Traceforce intercetta le azioni rischiose degli agenti AI
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Gli agenti di intelligenza artificiale possono accedere ai dati presenti sui computer dei dipendenti e compiere operazioni rischiose senza essere intercettati dai tradizionali sistemi di sicurezza di rete. È su questo spazio poco visibile che interviene Traceforce, una piattaforma progettata per rilevare applicazioni AI, MCP e skill attivi sui dispositivi aziendali, ricostruire quali informazioni possono raggiungere e bloccare in tempo reale le azioni considerate pericolose.

Il progetto nasce da un incidente avvenuto nella precedente azienda dei fondatori. Un agente AI per la programmazione in esecuzione sul portatile di uno sviluppatore individuò dati che sembravano credenziali di database e li trasferì in un repository pubblico su GitHub. L’indagine, la rotazione delle credenziali e la bonifica richiesero settimane. Le chiavi appartenevano a un ambiente di sviluppo e, secondo il racconto del team, nessun cliente subì conseguenze.

L’episodio mette a fuoco un rischio legato alla diffusione autonoma di strumenti come ChatGPT, Claude, Cursor e Claude Code sui dispositivi di lavoro. Queste applicazioni possono essere collegate ai dati aziendali attraverso MCP e skill installati dagli utenti, senza che il reparto sicurezza disponga necessariamente di un inventario completo. L’azione problematica può inoltre avvenire sul dispositivo, prima di produrre traffico osservabile dai controlli collocati sulla rete.

Le azioni rischiose degli agenti possono avvenire prima di raggiungere la rete

Gateway, proxy e integrazioni con le API enterprise presidiano infatti una parte diversa del percorso. Possono non vedere gli strumenti adottati direttamente dai dipendenti e non ricostruire il modo in cui un agente è collegato alle risorse tramite MCP. Traceforce adotta quindi un approccio on-device: opera sull’endpoint per identificare le applicazioni AI in esecuzione, le estensioni alle quali sono connesse e i dati potenzialmente accessibili.

Da questa posizione la piattaforma può avvertire l’utente o impedire un’operazione non sicura nel momento in cui si verifica. L’obiettivo dichiarato è fornire un inventario centralizzato dell’AI utilizzata su ogni dispositivo e applicare controlli senza attendere che un contenuto sensibile sia già transitato sulla rete. L’installazione, secondo Traceforce, richiede meno di cinque minuti, un elemento pensato per ridurre l’attrito operativo nelle organizzazioni con molti endpoint.

L’inventario ricostruisce app AI, MCP e skill attivi su ogni dispositivo

La società è stata fondata da Xia e Varun, già responsabili tecnici in Clumio, azienda di cyber-resilienza acquisita da Commvault nel 2024. Prima di sviluppare il prodotto, i fondatori affermano di avere discusso il problema con oltre 50 CISO e CIO. L’esigenza emersa era ottenere visibilità e capacità di controllo sull’impiego degli agenti senza rallentare il lavoro degli ingegneri.

Il controllo degli agenti si sposta direttamente sugli endpoint aziendali

Traceforce dichiara che la tecnologia è già utilizzata in un’azienda con più di 500 dipendenti e coinvolta in proof of concept con società Fortune 500. Il suo posizionamento riflette così una nuova area della sicurezza aziendale: non soltanto governare l’accesso ai servizi AI, ma osservare ciò che gli agenti fanno localmente, quali collegamenti utilizzano e fin dove possono arrivare. Con l’aumento delle capacità operative di questi strumenti, il dispositivo diventa un punto decisivo per conciliare automazione e controllo.

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