Simon Webber, responsabile delle azioni globali di Schroders — colosso britannico della gestione patrimoniale con 1.100 miliardi di dollari in gestione — esclude uno scenario di replica dell'inflazione 2022 nonostante i prezzi al consumo negli Stati Uniti abbiano raggiunto il 3,8% su base annua ad aprile, secondo i dati del Bureau of Labor Statistics. La ragione centrale: una domanda dei consumatori strutturalmente più debole rispetto a tre anni fa.
Il salto dall'1,8% di febbraio al 3,8% di aprile alimenta comprensibili preoccupazioni negli ambienti d'investimento. Eppure la traiettoria attuale differisce profondamente da quella del 2022, quando i prezzi toccarono il 9,1% spinti da una combinazione di stimoli fiscali record, mercato del lavoro in surriscaldamento e domanda post-pandemica fuori controllo. Oggi quel contesto non esiste più, e questa asimmetria strutturale è il punto di partenza di qualsiasi analisi seria.
Webber individua due fattori che rendono improbabile una riedizione dello shock inflazionistico. Il primo è il mercato petrolifero: il greggio ha già arretrato rispetto ai picchi di guerra, e un'ulteriore pressione al rialzo richiederebbe un deterioramento significativo nella situazione iraniana e nello Stretto di Hormuz, scenario non nel consensus degli analisti. Il secondo fattore è la debolezza strutturale della domanda interna americana: i posti vacanti sono diminuiti, la crescita salariale si è moderata e l'indice di fiducia dei consumatori dell'Università del Michigan ha toccato i livelli più bassi dall'avvio della serie storica nel 1978.
Questa stanchezza del consumatore ha implicazioni dirette sulla capacità delle imprese di trasferire i costi a valle. Nel 2022, le aziende potevano scaricare i rincari sui clienti sfruttando un eccesso di domanda alimentato dai sussidi pubblici. Oggi, secondo Webber, quella leva è sostanzialmente esaurita. Il parallelo proposto è con i dazi di aprile 2025: molte imprese avevano inizialmente scelto di non traslare i costi sul prezzo finale, incerte sulla permanenza delle misure tariffarie. Lo stesso meccanismo potrebbe ripetersi ora con i rincari energetici.
Sul fronte dei portafogli, Schroders sta riducendo l'esposizione al settore bancario. La logica è lineare: volatilità economica prolungata genera difficoltà operative per le imprese, che si traducono in un aumento dei prestiti deteriorati. Webber parla esplicitamente di "normalizzazione delle perdite su crediti", non di crisi sistemica, ma di un processo che peserà comunque sugli utili degli istituti finanziari rispetto al ciclo favorevole degli ultimi anni.
La stima di Schroders colloca l'inflazione americana in un corridoio del 3-4% nel medio termine, al di sotto della soglia di allarme ma ben oltre il target del 2% della Federal Reserve. Questo livello mantiene la banca centrale americana in una posizione di attesa prolungata sui tagli dei tassi, con effetti a cascata sul costo del credito per famiglie e imprese, incluso il mercato europeo attraverso i movimenti del dollaro e i differenziali di rendimento.
Rimane aperta una questione di fondo che gli analisti faticano a quantificare: in che misura la "stanchezza da prezzi" del consumatore americano si tradurrà in una compressione dei margini aziendali piuttosto che in un freno reale all'inflazione? Se le imprese non possono trasferire i costi, il peso ricade sugli utili — con conseguenze sul mercato azionario che potrebbe dover riprezzare aspettative ancora generose di crescita degli earnings per il 2025.