Oracle respinge la lettura secondo cui un grande accordo cloud con Microsoft sarebbe collassato. L'azienda ha definito inaccurate le informazioni circolate sul dossier e ha ribadito che Microsoft resta sia cliente di OCI, Oracle Cloud Infrastructure, sia partner in una collaborazione che continua a essere considerata strategica.
Il punto chiave riguarda un possibile contratto di infrastruttura cloud che, in base a precedenti ricostruzioni, avrebbe potuto valere oltre 3 miliardi di dollari. Una cifra di questa scala lo collocherebbe tra le intese più rilevanti per il leasing di infrastruttura cloud tra grandi operatori hyperscale, in un momento in cui la capacità di calcolo è diventata uno dei colli di bottiglia più importanti per l'industria dell'intelligenza artificiale.
Un portavoce di Oracle ha descritto il rapporto tra le due società come una partnership molto collaborativa e produttiva, spiegando che le conversazioni tra le aziende riguardano spesso il modo di espandere il lavoro già in corso. La dichiarazione non entra nel dettaglio commerciale dell'accordo, ma serve a fissare un messaggio preciso: non una rottura, bensì una relazione ancora attiva tra due player che, pur competendo nel cloud, possono avere interesse a scambiarsi capacità e servizi.
Le indiscrezioni contestate indicavano che l'intesa fosse sotto pressione per questioni di sicurezza e compliance. In particolare, Microsoft avrebbe incontrato difficoltà legate alla disponibilità, in ambito Oracle, della certificazione FedRAMP, il programma statunitense di autorizzazione e gestione del rischio per i servizi cloud destinati al settore pubblico. Oracle offrirebbe FedRAMP solo ai clienti del cloud governativo, mentre i cloud pubblici di Amazon e Google ne dispongono.
Il nodo tecnico non è secondario. L'obiettivo dell'accordo sarebbe stato fornire a Microsoft accesso ad ulteriore capacità GPU e di calcolo, da destinare sia ai propri clienti sia alle attività di AI training e inference. La corsa all'AI generativa ha reso l'infrastruttura un fattore competitivo diretto: senza capacità sufficiente, anche i servizi software più richiesti rischiano di scontrarsi con limiti fisici, tempi di provisioning e priorità di allocazione.
Microsoft, del resto, avrebbe già dovuto ricorrere ad AWS per ottenere compute aggiuntivo, mentre fatica a soddisfare la domanda legata agli strumenti AI di GitHub. Il dato più significativo è la crescita attesa dei commit, stimata in aumento di 14 volte nell'arco di un solo anno. È un indicatore indiretto, ma efficace, della pressione che gli strumenti di sviluppo assistiti dall'AI stanno esercitando sulle piattaforme cloud sottostanti.
Per Oracle, la vicenda arriva in una fase di forte accelerazione del business cloud. La società ha annunciato di recente una crescita del 47% dei ricavi cloud, più del doppio rispetto all'espansione complessiva del gruppo, indicata al 21%. Con 9,9 miliardi di dollari, il business cloud vale ormai più della metà dei ricavi totali, un passaggio che rafforza il peso strategico di OCI nella traiettoria dell'azienda.
La smentita di Oracle non cancella le domande sul mercato: la domanda di calcolo per l'AI continua a superare la capacità disponibile e spinge anche concorrenti diretti a costruire rapporti di fornitura incrociati. Per imprese e utenti finali, il tema non è soltanto chi firma il contratto più grande, ma quanto rapidamente l'ecosistema cloud riuscirà a trasformare investimenti, certificazioni e capacità GPU in servizi affidabili, scalabili e conformi alle esigenze dei clienti.