Meta porta nei suoi nuovi smart glasses una scelta tecnologica che segna un cambio di passo rispetto alla strategia seguita finora nel campo dell’intelligenza artificiale. I nuovi occhiali, lanciati martedì a 299 dollari, arrivano con tre stili di montatura, una collaborazione con una celebrità e un taglio di prezzo di 80 dollari rispetto al precedente modello Ray-Ban. Ma il punto più significativo è ciò che gira all’interno: Muse Spark, il primo modello AI proprietario mai costruito dall’azienda.
Per un gruppo che negli ultimi anni ha legato buona parte della propria reputazione AI ai rilasci open source di Llama, la decisione di distribuire un modello a pesi chiusi rappresenta una svolta strategica. Meta ha costruito un ecosistema rilevante proprio rendendo disponibili modelli usati da centinaia di prodotti di terze parti; con Muse Spark, invece, porta una componente AI proprietaria direttamente dentro un dispositivo consumer pensato per essere indossato ogni giorno.
Il modello nasce da una ricostruzione profonda delle attività AI interne. Dopo il ritardo accumulato rispetto a OpenAI, Google DeepMind, Anthropic e xAI, Mark Zuckerberg ha ridimensionato una parte rilevante del team Llama e avviato una delle più costose campagne di acquisizione di talenti AI del settore. L’azienda afferma di voler rendere open source futuri modelli Muse, segnalando che la chiusura attuale non è necessariamente una destinazione definitiva.
La scelta architetturale è costruita attorno a un vincolo tipico dell’AI indossabile: l’inferenza deve essere abbastanza rapida ed efficiente da non consumare la batteria prima di metà giornata. La risposta di Meta è un sistema a tre modalità, Instant, Thinking e Contemplating, che regola la profondità della risposta in base alla complessità della richiesta. In pratica, il modello può scegliere quanto ragionare e quante risorse usare prima di restituire un risultato.
Durante l’addestramento, Meta ha applicato una tecnica chiamata thought compression, che premia l’accuratezza e penalizza l’uso non necessario di capacità di calcolo. L’obiettivo è ottenere risposte più veloci senza sacrificare la qualità del ragionamento. Secondo l’azienda, Muse Spark raggiunge le prestazioni del precedente miglior modello interno, Llama 4 Maverick, usando un decimo del costo computazionale.
I primi benchmark collocano Muse Spark in una posizione competitiva ma non dominante. Al lancio, il modello ottiene 52 sull’Artificial Analysis Intelligence Index, quarto risultato globale dietro i modelli di punta di Google, OpenAI e Anthropic. Il salto rispetto a Llama 4 Maverick è però netto: sullo stesso indice, il modello precedente si era fermato a 18. Per un dispositivo con vincoli di consumo e latenza più severi di quelli di un chatbot cloud, il dato indica una direzione precisa.
La portata industriale della scelta dipende anche dalla distribuzione. Secondo IDC, Meta controlla il 69,2% del mercato degli smart glasses, mentre il concorrente di Google basato su Gemini non è ancora arrivato sul mercato. Ogni domanda fatta agli occhiali, ogni oggetto riconosciuto e ogni traduzione eseguita può alimentare un ciclo di miglioramento non accessibile a sviluppatori esterni o concorrenti. Ne emerge una piattaforma chiusa, già distribuita su larga scala, prima che la competizione diretta entri davvero nel segmento.
Il quadro solleva anche interrogativi sulla privacy. È emerso che Meta aveva inserito nell’app companion Meta AI, installata su oltre 50 milioni di telefoni, un sistema di riconoscimento facciale quasi funzionante chiamato internamente NameTag, sviluppato con tecnologia concessa in licenza da una società che lavora con US Marshals Service e Special Operations Command. Meta ha rimosso il codice entro un giorno dalla pubblicazione della vicenda, ma non ha chiarito se durante i test interni siano già stati raccolti dati biometrici, né ha dichiarato che la funzione sia definitivamente esclusa. Muse Spark porta quindi l’AI degli occhiali in una fase più matura, ma anche più controllata da Meta.