Tra il 2024 e il 2025, il settore tecnologico statunitense ha vissuto una nuova ondata di tagli occupazionali che ha coinvolto alcuni dei gruppi più capitalizzati al mondo. Meta ha annunciato l'eliminazione di ulteriori 8.000 posizioni, Microsoft ha offerto uscite incentivate ai dipendenti di lungo corso, Oracle ha ridotto migliaia di ruoli e Block ha tagliato il 40% del proprio organico. Il denominatore comune dichiarato: la riallocazione di risorse verso l'intelligenza artificiale.
Il fenomeno va però letto con strumenti analitici più affilati di quanto la narrativa aziendale suggerisca. Secondo un rapporto di Challenger, Gray & Christmas, i licenziamenti tech nel 2023 furono peggiori di quelli attuali, e il confronto con la Grande Recessione del 2008-2009 ridimensiona ulteriormente l'allarme. Non si tratta di minimizzare l'impatto umano sui lavoratori coinvolti, ma di distinguere tra tendenze strutturali e aggiustamenti ciclici ancora in corso.
Una parte rilevante delle pressioni occupazionali ha radici nel ciclo pandemico. Le grandi società tecnologiche hanno assunto in modo massiccio nel 2020 e 2021, sfruttando la domanda eccezionale generata dal lockdown. Quel sovradimensionamento organizzativo non è ancora stato completamente riassorbito. Parallelamente, le offerte di lavoro per ruoli di sviluppo software sono aumentate sensibilmente nel 2025, con una ripresa già avviata dalla fine del 2022 — coincidenza temporale con il lancio di ChatGPT. L'offerta di ingegneri software è però cresciuta altrettanto rapidamente, comprimendo le opportunità soprattutto per i neolaureati.
Questa osservazione di Kathy Ross, senior director analyst di Gartner, smonta parzialmente la retorica dell'automazione come causa diretta dei tagli. Secondo le stime di Challenger, l'intelligenza artificiale ha contribuito solo al 25% circa dei licenziamenti registrati nel 2025. Il quadro che emerge è quello di aziende che usano l'AI come giustificazione strategica per ristrutturare bilanci e ridistribuire capitali, più che come strumento già operativamente sostitutivo della forza lavoro.
Il ciclo di investimenti in infrastrutture per l'intelligenza artificiale — data center, chip, modelli fondazionali — dovrebbe raggiungere il picco attorno al 2028, secondo proiezioni di analisti di settore. Superata quella soglia, le grandi società potrebbero recuperare flessibilità finanziaria sufficiente a riavviare assunzioni in alcune aree. Questo scenario configura quello che può essere definito un "air pocket" occupazionale: una fase di pausa sperimentale durante la quale le aziende valutano quali processi automatizzare prima di ridefinire i profili necessari.
Le implicazioni strutturali di lungo periodo riguardano soprattutto la gerarchia interna delle organizzazioni tecnologiche. La Silicon Valley registra già un appiattimento delle strutture manageriali, con una riduzione dei ruoli di middle management e una crescente valorizzazione dei cosiddetti "builder" — figure capaci di produrre output concreto amplificato dagli strumenti di AI. I ruoli basati sulla supervisione di processi consolidati appaiono invece sempre più esposti all'automazione.
Emergono nel frattempo nuove figure professionali: i "design producer", individui senior che guidano la qualità del lavoro senza gestire persone attraverso gerarchie tradizionali, e i "robot wrangler", tecnici specializzati nell'installazione, manutenzione e addestramento di sistemi robotici alimentati dall'intelligenza artificiale.
La domanda che rimane aperta non è se l'intelligenza artificiale trasformerà il mercato del lavoro tecnologico — questo appare già certo — ma a quale velocità avverranno i cambiamenti permanenti rispetto a quelli temporanei, e se i sistemi di formazione e welfare, soprattutto in Europa, saranno in grado di accompagnare questa transizione senza lasciare indietro intere categorie di lavoratori specializzati.