In Giappone l’uso dell’AI generativa nel lavoro creativo aziendale è già molto più concreto di quanto appaia all’esterno. Un sondaggio pubblicato da Amana il 30 giugno, condotto su 400 professionisti creativi e marketing attivi nel mondo corporate, mostra che la maggioranza delle imprese ha già portato questi strumenti dentro i processi di produzione e decisione.
Il dato più netto riguarda la distanza tra adozione e trasparenza. Il 59% degli intervistati afferma che la propria azienda utilizza AI generativa, ma tra le organizzazioni che la impiegano il 71,4% non lo comunica attivamente. In altre parole, l’AI è entrata nella catena creativa, ma spesso resta invisibile per clienti, pubblico e utenti finali.
Il sondaggio indica anche che il 61,75% dei rispondenti vede già l’AI influenzare le decisioni creative interne. Non si tratta quindi solo di automatizzare una fase operativa o accelerare la produzione di materiali: l’impatto riguarda anche il modo in cui le aziende scelgono, valutano e orientano le proprie attività creative. La tecnologia non è più soltanto uno strumento di esecuzione, ma una presenza che incide sui processi decisionali.
Le ragioni della prudenza emergono dai principali ostacoli segnalati. Le preoccupazioni su copyright e proprietà intellettuale sono indicate dal 32,5% degli intervistati, seguite dall’assenza di standard chiari di valutazione, citata dal 24,0%, e dalla qualità non uniforme degli output, segnalata dal 21,5%. Sono criticità diverse, ma convergono su un punto comune: l’adozione corre più veloce delle regole interne e delle garanzie percepite.
La governance appare infatti ancora incompleta. Il 43,5% dei partecipanti dichiara che la propria organizzazione non dispone di linee guida sull’uso dell’AI oppure non sa se esistano. Questo dato pesa perché l’AI generativa, soprattutto in ambiti creativi, tocca materiali, diritti, responsabilità e controllo qualitativo. Senza policy riconoscibili, l’uso quotidiano rischia di dipendere da prassi locali, decisioni dei singoli team o valutazioni caso per caso.
Le conclusioni dello studio sono chiare: l’adozione corporate dell’AI nel lavoro creativo ha superato la fase sperimentale ed è entrata nell’uso pratico di tutti i giorni. È una transizione che cambia la natura stessa del dibattito. La domanda non è più soltanto se le aziende useranno l’AI, ma come la useranno, con quali limiti, con quali dichiarazioni pubbliche e con quale livello di controllo sui risultati prodotti.
Il tema si estende anche al settore dei videogiochi. Un sondaggio pubblicato dalla Computer Entertainment Supplier’s Association nel settembre dello scorso anno indicava che il 51% delle aziende giapponesi del gaming usava l’AI in qualche forma. Gli impieghi più comuni riguardavano proprio la creatività: generazione di asset visivi e immagini, seguita da generazione di storie e testi.
Nel frattempo alcune aziende, tra cui Capcom, hanno ridefinito le proprie policy sull’AI circoscrivendole alle attività di routine invece che al lavoro creativo. La cautela riflette anche la reazione del pubblico: ogni annuncio o scoperta di uso dell’AI generativa può generare contestazioni da parte dei consumatori. Requisiti di disclosure come quelli di Steam possono spingere verso maggiore trasparenza, ma il quadro che emerge resta quello di un mercato in cui l’AI avanza rapidamente, mentre comunicazione e regole inseguono.