Tecnologia Google, rivolta interna contro l'IA al Pentagono
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01/05/2026

600 dipendenti di Google chiedono a Pichai di rifiutare contratti col Pentagono che usino l'AI Gemini in operazioni militari classificate.

Google, rivolta interna contro l'IA al Pentagono

Circa 600 dipendenti di Google hanno inviato lunedì una lettera aperta al chief executive officer Sundar Pichai, chiedendo esplicitamente di rifiutare qualsiasi contratto con il Pentagono che preveda l'utilizzo dell'intelligenza artificiale dell'azienda in contesti classificati. I firmatari, appartenenti alle divisioni DeepMind e Cloud, reagiscono a indiscrezioni secondo cui Google starebbe negoziando l'impiego del modello Gemini in operazioni militari riservate.

La mobilitazione interna riaccende un dibattito strutturale che attraversa l'intero settore tecnologico: fino a che punto le grandi piattaforme di intelligenza artificiale possono — o devono — collaborare con le forze armate? La posta in gioco non è solo reputazionale. Riguarda il perimetro etico e commerciale di un mercato, quello dell'AI applicata alla difesa, che vale decine di miliardi di dollari a livello globale.

Il precedente più immediato risale al 2018, quando una pressione analoga di centinaia di dipendenti spinse la società a non rinnovare il contratto Project Maven, un accordo con il Dipartimento della Difesa statunitense per l'integrazione dell'intelligenza artificiale nelle operazioni militari. Quell'anno, Google codificò anche un insieme di principi etici per l'AI, con un impegno esplicito a non sviluppare tecnologie per armi o sorveglianza di massa. Il contratto Maven fu poi acquisito da Palantir.

Attualmente, l'unico modo per garantire che Google non venga associata a tali danni è rifiutare qualsiasi carico di lavoro classificato.

Nel corso del 2024, tuttavia, la società ha progressivamente allentato quella linea. I principi etici sono stati aggiornati, eliminando i riferimenti espliciti ad armi e sorveglianza. A marzo, Google ha annunciato la fornitura di agenti AI al Pentagono in un contesto non classificato; a gennaio, durante un incontro interno, i vertici di DeepMind avevano già anticipato ai dipendenti che questo tipo di accordi sarebbero aumentati. La direzione strategica appare dunque consolidata, rendendo la lettera dei 600 una resistenza controcorrente rispetto alle priorità del management.

I firmatari non contestano genericamente la collaborazione con le istituzioni pubbliche, ma sollevano una questione di controllo e trasparenza operativa. Il punto critico è proprio la natura "classificata" dei contratti: lavorare su sistemi che non possono essere esaminati internamente significa, secondo i dipendenti, rinunciare a qualsiasi capacità di supervisione sugli usi finali della tecnologia. "Tali usi potrebbero verificarsi senza la nostra conoscenza o il potere di fermarli", si legge nella lettera.

Fare la scelta sbagliata in questo momento causerebbe danni irreparabili alla reputazione, al business e al ruolo di Google nel mondo.

La lettera è stata resa pubblica con il supporto di Justice Speaks, una società di comunicazione fondata da Jane Chung che rappresenta i lavoratori. Bloomberg ne ha dato per prima notizia. Google non ha rilasciato commenti ufficiali né ha risposto formalmente alla lettera, secondo quanto dichiarato dalla stessa Chung.

Sul piano competitivo, il posizionamento di Google nei contratti con la difesa avviene in un mercato già presidiato da Microsoft, Amazon Web Services e Palantir, tutti impegnati in accordi con agenzie governative e militari statunitensi. La scelta di accelerare su questi segmenti risponde a logiche di diversificazione del fatturato in un momento in cui la crescita pubblicitaria mostra segnali di maturità.

Vogliamo vedere l'AI beneficiare l'umanità; non vederla usata in modi disumani o estremamente dannosi.

Rimane aperta una domanda di fondo: in assenza di una regolamentazione internazionale sull'uso militare dell'intelligenza artificiale — tema su cui l'Unione Europea si muove con l'AI Act, ma senza coprire applicazioni di difesa — chi esercita effettivamente il controllo sulle scelte etiche delle grandi piattaforme tecnologiche? La pressione interna dei dipendenti si conferma, per ora, l'unico meccanismo informale di bilanciamento rispetto alle strategie commerciali dei vertici aziendali.

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