News Crisi Iran: i CEO valutano l'impatto sul business
4' 0''
30/04/2026

Le trimestrali dei grandi gruppi quotati a Wall Street mostrano effetti concreti del conflitto iraniano: il lusso perde terreno in Medio Oriente, mentre la finanza regge grazie alle M&A.

Crisi Iran: i CEO valutano l'impatto sul business

A oltre sei settimane dallo scoppio del conflitto iraniano, le trimestrali dei grandi gruppi quotati a Wall Street e nelle principali borse europee cominciano a registrare gli effetti concreti della guerra. Dai beni di lusso all'investment banking, passando per la produzione di semiconduttori e la gestione patrimoniale, i vertici aziendali stanno quantificando perdite, rischi e, in alcuni casi, opportunità derivanti dall'instabilità in Medio Oriente.

Il peso economico del conflitto si distribuisce in modo asimmetrico tra i settori. La domanda al dettaglio in Medio Oriente è crollata in modo evidente per i marchi del lusso, che in quella regione hanno storicamente concentrato boutique, clientela ad alto reddito e flussi turistici significativi verso l'Europa. Al contrario, il comparto finanziario — almeno nel breve termine — regge, trainato da un'attività di fusioni e acquisizioni che rimane sostenuta nonostante l'incertezza geopolitica.

Nel settore dei beni di lusso, i segnali di pressione sono diffusi e documentati. Il conglomerato francese LVMH, che controlla Louis Vuitton, Dior e Sephora, ha comunicato durante la call sui risultati del primo trimestre che la domanda in Medio Oriente è "molto diminuita", con un calo sensibile del traffico nei centri commerciali. La chief financial officer Cécile Cabanis ha precisato che Sephora ha mostrato una tenuta relativa grazie alla forte presenza in Arabia Saudita, mercato definito "più resiliente". Bernard Arnault, amministratore delegato del gruppo, ha usato toni drammatici all'assemblea degli azionisti di aprile a Parigi: "Il mondo si trova ora in una crisi piuttosto seria in Medio Oriente", arrivando a ipotizzare uno scenario da "catastrofe mondiale" qualora il conflitto si prolungasse con impatti economici gravi e difficilmente prevedibili sul 2026.

"Either it'll be a world catastrophe with very serious and very negative economic impact — in which case, who can say how 2026 will unfold."

Anche Kering, casa madre di Gucci, Yves Saint Laurent e Balenciaga, ha riportato un calo dell'11% del fatturato retail nella regione nel primo trimestre 2026. Il Medio Oriente rappresenta circa il 5% del suo fatturato retail complessivo, con 79 negozi e circa 1.100 dipendenti. La chief financial officer Armelle Poulou ha sottolineato come il conflitto stia incidendo anche sulle vendite in Europa occidentale, dove i flussi turistici da Asia e Medio Oriente si sono ridotti, contribuendo a un calo del 7% in quella macro-area. Hermès ha invece registrato un -6% nelle vendite regionali, con la CFO Eric du Halgouët che ha relativizzato l'impatto sulla redditività complessiva, ritenendo l'effetto assorbibile se il conflitto si risolvesse entro due mesi. Moncler, con un'esposizione al Medio Oriente inferiore al 2% del fatturato, ha invece evidenziato un crollo del 50% delle vendite locali a marzo, ma con impatto limitato sui conti complessivi.

"They know that if they cut marketing spend, they will lose market share. That will be very expensive and very difficult to win back."

Sul fronte della pubblicità, il gruppo francese Publicis ha registrato un calo del 5,1% dei ricavi organici nella divisione Medio Oriente e Africa nel primo trimestre, con gli Emirati Arabi e Israele tra le aree più colpite. L'amministratore delegato Arthur Sadoun ha sottolineato come i clienti stiano ritardando i progetti di trasformazione ad alto capitale a causa dell'incertezza, pur resistendo a tagli massicci dei budget di marketing.

Nell'industria dei semiconduttori, TSMC — gigante taiwanese della produzione di chip — ha archiviato un trimestre con profitti record ma ha lanciato un segnale di allerta sul fronte dei costi. Il CFO Wendell Huang ha avvertito gli investitori che prezzi di gas e sostanze chimiche impiegati nella produzione potrebbero aumentare, in particolare per l'elio: il Qatar fornisce circa un terzo dell'offerta mondiale e la guerra ha innescato una carenza globale del gas. La società ha dichiarato di disporre di riserve sufficienti nel breve periodo.

"Our dialogues are probably a little more constant, a little more talking about how they should play all of this and what should they do?"

Il mondo della finanza mostra invece una resilienza più marcata nel breve termine. David Solomon, CEO di Goldman Sachs, ha descritto l'ambiente per l'investment banking come "straordinariamente solido", con l'attività di fusioni e acquisizioni ancora robusta. Larry Fink, CEO di BlackRock — il più grande gestore patrimoniale al mondo con oltre 10.000 miliardi di dollari in gestione — ha dichiarato di non aver rilevato cambiamenti nell'appetito agli investimenti dei fondi sovrani mediorientali, aggiungendo tuttavia che un'escalation prolungata potrebbe modificare questa dinamica. Jamie Dimon di JPMorgan ha invece avvertito di un "insieme di rischi sempre più complessi", con il CFO Jeremy Barnum che ha riconosciuto possibili pressioni future sulla pipeline di operazioni.

Il quadro che emerge dalle trimestrali è quello di un sistema economico globale che per ora assorbe lo shock, ma con equilibri fragili. La vera domanda per i prossimi mesi riguarda la durata del conflitto: se i consumi dei clienti benestanti mediorientali migreranno verso altri mercati — come ipotizzato da LVMH — o se la ricchezza accumulata nella regione si contrarrà strutturalmente, ridisegnando le geografie del lusso e degli investimenti globali.

Condividi questo contenuto