Tecnologia Google ricicla 2.000 Pixel in un cloud privato
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25/06/2026

UCSD e Google trasformano 2.000 Pixel Fold dismessi in un cluster computazionale sostenibile per dimostrare il potenziale green dei dispositivi mobili a fine vita.

Google ricicla 2.000 Pixel in un cloud privato

L'Università della California di San Diego (UCSD), in collaborazione con Google, ha avviato un progetto per costruire un cluster computazionale da 2.000 smartphone dismessi — specificamente i Pixel Fold di Google — da dispiegare entro l'autunno. L'obiettivo è dimostrare che i dispositivi mobili a fine vita commerciale possano costituire una piattaforma di calcolo a basso costo e ridotta impronta di carbonio, sottraendoli al destino del cassetto o del riciclo.

Il contesto è quello della crescente pressione economica e ambientale sui data center globali, dove il consumo energetico è sotto esame da parte di regolatori europei e investitori ESG (Environmental, Social and Governance). Secondo le stime di Google, ogni scheda madre rappresenta circa il 50% del carbonio incorporato in uno smartphone, e il ciclo medio di sostituzione si attesta intorno ai quattro anni: una quantità enorme di silicio funzionante che finisce fuori mercato ben prima della sua obsolescenza tecnica.

Il progetto nasce dall'intuizione di Jennifer Switzer, ex dottoranda della UCSD oggi ricercatrice post-doc presso Google, che ha avviato i primi esperimenti costruendo piccoli cluster con smartphone di recupero per validare il concetto. La scala è poi cresciuta fino all'attuale configurazione da 2.000 unità. Ryan Kastner, professore associato di informatica alla UCSD, ha spiegato alla testata The Register che il riciclo rappresenta un'opzione inefficiente per la maggior parte di questi dispositivi, data la capacità computazionale residua ancora integra.

"It's just a vast amount of sort of thrown away compute and recycling is a terrible option for most of these smartphones."

Dal punto di vista tecnico, ogni Pixel Fold è equipaggiato con un processore Google Tensor G2 — con core Arm fino a 2,85 GHz — 12 GB di memoria di sistema e una GPU Mali-G710. I benchmark preliminari condotti con la suite SPEC indicano che un gruppo di 25-50 dispositivi è in grado di eguagliare le prestazioni di un server convenzionale in termini di elaborazione single-thread. Non si tratta di calcolo ad alte prestazioni, ma di carichi di lavoro leggeri e sporadici, tipici dei servizi universitari in cloud.

Un ostacolo significativo ha riguardato le batterie: gli ingegneri di Google hanno imposto la rimozione delle schede madre dagli chassis originali prima di qualsiasi installazione in sala server, classificando le batterie al litio come rischio incendio inaccettabile. Google sta collaborando con un fornitore terzo per la procedura di estrazione su scala. I dispositivi vengono poi riprogrammati con un sistema operativo Linux, poiché Android include meccanismi di gestione della memoria — pensati per preservare l'autonomia del dispositivo — incompatibili con le logiche server.

"In some early meetings with Google, their engineers said that, if you're going to put these in the datacenter, those batteries are no-go — a lot of things are a no-go — because they're just fire hazards."

L'orchestrazione dei carichi è affidata a Kubernetes, lo standard de facto per la gestione di container distribuiti. La rete tra i dispositivi viene realizzata tramite circuiti stampati (PCB) personalizzati che forniscono alimentazione e connettività Ethernet cablata, aggirando le limitazioni di Wi-Fi e rete cellulare in termini di scalabilità e sicurezza. Il cluster sarà reso disponibile anche ai team del San Diego Supercomputing Center, con la possibilità di eseguire benchmark High-Performance Linpack.

"Early experiments show that even a moderately-sized cluster of 20 phones is capable of supporting peak submission rates for a 75+ student class."

Il modello si inserisce in una tradizione di cluster non convenzionali: dai Beowulf cluster degli anni '90, costruiti con PC consumer, fino al recente sistema da 1.050 Raspberry Pi 3B+ dispiegato dalla UC Santa Barbara in collaborazione con Oracle. La domanda che rimane aperta riguarda la scalabilità economica del modello al di fuori dell'ambiente accademico: quanto costa, in termini di labor e infrastruttura, recuperare e preparare migliaia di smartphone dismessi rispetto all'acquisto di hardware server ricondizionato? La risposta potrebbe ridefinire il perimetro del cosiddetto green computing nei prossimi anni.

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