Goldman Sachs ha pubblicato un'analisi in cui ridimensiona i timori sul mercato del credito privato che avevano agitato Wall Street nei primi mesi del 2026, sostenendo che l'idea del credito come indicatore anticipatore di crisi finanziarie sistemiche trova scarso riscontro nei dati storici. La banca d'affari americana ha esaminato la relazione tra stress creditizio e movimenti azionari, giungendo a conclusioni che contraddicono la narrativa dominante tra molti operatori di mercato.
Il dibattito si era intensificato quando Blue Owl, uno dei principali gestori di fondi di debito privato, aveva sospeso i rimborsi da un proprio fondo, innescando una catena di richieste di riscatto su più piattaforme. L'episodio aveva riportato alla mente scenari pre-crisi, spingendo figure di primo piano della finanza globale a prendere posizione pubblicamente sul rischio sistemico del settore.
Mohamed El-Erian, economista ed ex co-CEO di PIMCO, aveva definito l'episodio un momento da "canarino nella miniera di carbone", evocando i segnali precursori della crisi finanziaria del 2008. Anche Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, aveva alimentato le preoccupazioni verso fine 2025 con riferimenti a potenziali "scarafaggi nascosti" nel credito privato, salvo poi precisare di non ravvisare rischi di portata sistemica.
Gli analisti di Goldman hanno invece rilevato che, storicamente, lo stress creditizio e quello azionario tendono a manifestarsi in modo sincrono, non sequenziale. Sia la Grande Crisi Finanziaria del 2008 sia la crisi del debito sovrano europeo del 2011-2012 hanno visto credito e mercati azionari deteriorarsi contemporaneamente, non in una successione che avrebbe consentito agli investitori di usare gli spread come campanello d'allarme preventivo.
Goldman sottolinea inoltre un elemento strutturale rilevante: il mercato globale del credito societario si è trasformato profondamente rispetto agli episodi analizzati. Le dimensioni del mercato del credito privato sono cresciute esponenzialmente nell'ultimo decennio, raggiungendo secondo le stime di settore oltre 1.700 miliardi di dollari a livello globale, con una base di investitori più diversificata e strumenti più complessi rispetto al passato.
Questa evoluzione rende gli spread creditizi — ovvero il differenziale di rendimento tra il debito privato e titoli di riferimento come i titoli di Stato — un indicatore meno affidabile del rischio effettivo. La liquidità ridotta, la valutazione a prezzi non di mercato e la minore trasparenza tipiche del credito privato possono mascherare tensioni latenti che non emergono negli spread fino a quando non è troppo tardi per agire in modo preventivo.
Nonostante le premesse teoriche preoccupanti, Goldman evidenzia che gli spread globali restano compressi e non mostrano segnali di allerta evidenti. Questa lettura distensiva va però letta con cautela: l'assenza di segnali non equivale all'assenza di rischi, soprattutto in un contesto in cui i tassi di interesse restano elevati rispetto agli standard dell'ultimo decennio e in cui molte operazioni di leveraged buyout finanziate con debito privato sono state strutturate in un ambiente di tassi ben più bassi.
Resta aperta la questione di fondo: se gli spread del credito privato non sono un indicatore anticipatore affidabile, quali strumenti hanno oggi i regolatori e gli investitori istituzionali per monitorare il rischio sistemico in un mercato che per definizione opera lontano dalla trasparenza dei mercati quotati? L'architettura di vigilanza finanziaria — costruita prevalentemente sulla base dell'esperienza con i mercati pubblici — potrebbe rivelarsi inadeguata di fronte a una crisi che si incuba nell'opacità del credito privato.