Approfondimenti Draghi e Lagarde: la transizione green è necessità
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19/05/2026

Draghi e Lagarde avvertono: frenare il Green Deal non tutela l'economia europea, ma la rende più vulnerabile alle crisi energetiche globali.

Draghi e Lagarde: la transizione green è necessità

Nel corso degli ultimi mesi, una convergenza di voci autorevoli al più alto livello istituzionale europeo ha ridefinito i termini del dibattito sulla transizione energetica: Mario Draghi, premiato ad Aquisgrana con il Premio Carlo Magno alla presenza di Ursula von der Leyen, e Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (Bce), hanno entrambi sostenuto che rallentare il Green Deal non protegge l'economia europea, ma la espone a vulnerabilità strategiche crescenti.

Il timing di questi interventi non è casuale. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, riacutizzatesi dopo i bombardamenti di Stati Uniti e Israele in Iran, hanno ricordato con brutalità quanto l'Unione europea (Ue) resti strutturalmente esposta alle crisi dei combustibili fossili: il continente importa ancora circa il 60% del proprio fabbisogno energetico, quasi interamente da fonti fossili localizzate in aree ad alto rischio geopolitico. È su questo sfondo che si misura la reale posta in gioco del Green Deal.

L'Europa importa circa il 60% della sua energia, quasi interamente da combustibili fossili. L'attuale impennata dei prezzi dell'energia ci ricorda il costo di questa dipendenza.

Lagarde ha ribaltato la narrativa dominante in una parte del dibattito politico europeo: il vero fattore di vulnerabilità non è la transizione energetica, bensì il suo ritardo. La presidente della Bce ha citato il caso di Spagna e Portogallo come prova empirica: i Paesi con una quota maggiore di elettricità generata da fonti non fossili hanno mostrato una resilienza superiore agli shock del prezzo del gas. Philip Lane, capo economista della Bce, ha rafforzato questa posizione affermando che il passaggio alle rinnovabili ridurrà la dipendenza dalle importazioni e la volatilità dell'inflazione, trasformando così la questione climatica in una variabile macroeconomica pienamente operativa.

I dati supportano questa lettura. Secondo stime dell'Organizzazione meteorologica mondiale, l'ondata di calore dell'estate 2025 ha contribuito a un aumento annuo dei prezzi dei prodotti alimentari non trasformati nell'Eurozona compreso tra lo 0,4% e lo 0,7%. Quattro anni dopo una siccità o un'alluvione, la produzione regionale resta mediamente inferiore di tre punti percentuali rispetto ai livelli precedenti. Nel solo 2025, dieci giorni di caldo estremo hanno causato 2.300 morti in dodici grandi città europee. Il bollettino economico della Bce segnala che l'inflazione dei beni energetici è balzata al 10,9% rispetto al 5,1% di marzo, mentre "i rischi al rialzo per l'inflazione e quelli al ribasso per la crescita si sono intensificati".

L'intelligenza artificiale non è una tecnologia come le altre: migliora con l'uso e crea vantaggi cumulativi permanenti per chi parte prima.

Nel suo discorso ad Aquisgrana, Draghi ha allargato l'orizzonte oltre l'energia. Il divario di produttività tra Europa e Stati Uniti si sta ampliando, trainato dalla maggiore digitalizzazione dell'economia americana. Secondo le stime dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (Ocse), l'intelligenza artificiale potrebbe generare circa la metà della crescita della produttività del prossimo decennio, ma competere su questo terreno richiede investimenti massicci in semiconduttori, data center e infrastrutture di calcolo. L'ex premier italiano ha anche segnalato un drenaggio strutturale: una parte consistente del capitale europeo continua a finanziare innovazione negli Stati Uniti, dove il mercato dei capitali è più integrato e dinamico.

L'Europa si trova stretta tra il modello americano, sostenuto dall'Inflation Reduction Act e dal protezionismo tecnologico, e quello cinese, fondato sul controllo delle catene globali di materie prime critiche, batterie e pannelli solari. Il rischio concreto è una doppia dipendenza: energetica dall'estero e tecnologica nelle filiere strategiche della stessa transizione. Anche Olli Rehn, governatore della banca centrale finlandese, già associato alle teorie dell'austerità espansiva, sostiene oggi che sicurezza continentale, transizione energetica e crescita basata sugli investimenti siano sfide da affrontare simultaneamente.

Senza investimenti massicci nella trasformazione energetica e tecnologica, l'Europa rischia di perdere definitivamente peso economico e politico nello scenario globale.

Vale la pena osservare, tuttavia, che questa lettura arriva dopo anni in cui le stesse istituzioni europee hanno trattato il clima come un dossier tecnico da integrare con prudenza, non come una questione di sovranità industriale. Il rischio è che la nuova narrativa, pur più solida sul piano analitico, diventi una cornice ideologica altrettanto rigida: attribuire alla transizione green un ruolo quasi salvifico rischia di occultare le contraddizioni reali, i costi di breve periodo per famiglie e industrie energivore, e le asimmetrie di potere che attraversano le catene del valore delle tecnologie pulite. Resta aperta la domanda su chi, dentro e fuori l'Europa, beneficerà davvero dell'accelerazione verde — e chi ne sopporterà i costi senza avere voce in capitolo.

Fonte: key4biz.it

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