La decisione di Meta di acquisire Manus, piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata inizialmente in Cina, sta per trasformarsi in un banco di prova delle complesse relazioni tecnologiche tra Pechino e Washington. Il governo cinese ha fatto sapere attraverso un portavoce del Ministero del Commercio che intende avviare un'indagine sull'operazione, annunciata dal colosso di Mark Zuckerberg lo scorso 29 dicembre, per verificare che non vengano violate le normative nazionali sui controlli delle esportazioni e sugli investimenti esteri. Una mossa che arriva in un momento di crescenti tensioni nel settore tecnologico globale.
L'azienda che ha cancellato la propria identità cinese
La vicenda di Manus è particolarmente emblematica delle strategie adottate dalle startup tecnologiche per navigare le acque agitate della geopolitica contemporanea. Secondo l'analisi di Letian Cheng, dottorando presso la School of Public Policy del Georgia Institute of Technology, dopo i primi successi l'azienda ha intrapreso quello che lo studioso definisce "Identity Engineering", un processo di distacco deliberato dalle proprie origini. La società ha chiuso gli uffici di Wuhan e Pechino, eliminato i propri account sui social media cinesi e licenziato tutti i dipendenti cinesi ad eccezione del nucleo dirigenziale, per poi trasferirsi a Singapore.
Questa trasformazione sarebbe stata motivata, secondo Cheng, dalla necessità di evitare possibili blocchi internazionali e di poter utilizzare le API dei modelli linguistici americani come Claude, oltre che di attrarre investimenti occidentali. Non a caso, la svolta è arrivata dopo l'ingresso nel capitale di Benchmark, importante fondo di venture capital statunitense.
Il paradosso del talento AI cinese
La questione tocca un nervo scoperto per il governo di Pechino, che vede nell'operazione un precedente allarmante: innovatori domestici che possono semplicemente trasferirsi negli Stati Uniti dopo aver beneficiato del bacino di talenti locale, degli incentivi politici e dei vantaggi industriali cinesi. Una preoccupazione non infondata, considerando che la Cina dispone del più ampio pool mondiale di ricercatori nel campo dell'intelligenza artificiale, come riconosce spesso anche Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia.
Lo stesso Huang ha più volte sottolineato la qualità superiore degli specialisti cinesi di AI, argomentando che gli Stati Uniti dovrebbero consentire l'esportazione di GPU Nvidia verso la Repubblica Popolare proprio per garantire che i talenti cinesi lavorino con tecnologia americana. Una posizione che si scontra con la crescente pressione di Pechino affinché le aziende locali privilegino tecnologie nazionali, al punto che alcune società cinesi avrebbero ricevuto l'ordine di non acquistare gli acceleratori H200 di Nvidia, nonostante l'amministrazione Trump ne abbia autorizzato la vendita.
Il timing strategico dell'indagine
L'inchiesta di Pechino su Meta arriva in un momento particolarmente delicato per le relazioni tecnologiche sino-americane. La vicenda presenta inquietanti simmetrie con il caso TikTok, anche se rovesciato: mentre il social network di origine cinese è stato costretto a vendere le operazioni americane per motivi di sicurezza nazionale secondo i legislatori USA, ora Meta si prepara a integrare una tecnologia nata in Cina nei propri prodotti consumer e business. L'accordo per la cessione di TikTok, peraltro, non si è ancora concluso, e Pechino non ha mostrato particolare urgenza nel facilitarne il completamento.
Il governo cinese si trova quindi a dover definire una strategia regolatoria in un contesto dove le considerazioni nazionali su sicurezza tecnologica, sviluppo industriale e competizione globale si intrecciano in modi sempre più complessi. L'esito dell'indagine su Manus potrebbe segnare un punto di svolta nel modo in cui la Cina gestisce le proprie innovazioni tecnologiche e i rapporti con le big tech occidentali.