Il governo italiano ha istituito un nuovo Comitato per l'intelligenza artificiale con l'obiettivo di aggiornare la Strategia nazionale sull'AI, rendendo pubblici i nomi dei 13 componenti selezionati. La mossa arriva mentre Bruxelles spinge per una regolamentazione sovranazionale del settore digitale, e mentre attori privati come Google accelerano il posizionamento sul mercato europeo dei portafogli digitali, potenzialmente anticipando le soluzioni istituzionali dell'Unione Europea.
La convergenza di questi tre sviluppi — governance dell'AI, identità digitale e riforma delle telecomunicazioni — disegna un quadro in cui la sovranità digitale europea è contesa su più fronti simultaneamente. Le decisioni prese nei prossimi mesi avranno ricadute dirette su mercati da centinaia di miliardi di euro e sulla capacità degli Stati membri di mantenere un controllo effettivo sulle infrastrutture digitali strategiche.
Sul fronte dell'intelligenza artificiale, la costituzione del Comitato italiano risponde a un'accelerazione tecnologica che rende obsolete le strategie nazionali nel giro di pochi anni. Con l'AI Act europeo già in vigore, l'Italia si trova a dover armonizzare la propria posizione con il quadro normativo sovranazionale, bilanciando le esigenze di competitività industriale con i vincoli regolatori. La composizione del Comitato — 13 esperti la cui identità è stata resa pubblica — sarà determinante per capire se prevarrà un approccio orientato all'industria o alla tutela pubblica.
Il caso Google Wallet rappresenta forse la sfida più immediata. Mentre l'Unione Europea lavora al proprio European Digital Identity Wallet — il portafoglio digitale istituzionale che dovrebbe consentire ai cittadini di gestire documenti e identità online — Google potrebbe anticipare il rollout in Italia già dalla prossima estate. Questo crea un problema strutturale: se decine di milioni di utenti adottano una soluzione privata prima che quella pubblica sia disponibile, il progetto istituzionale rischia di nascere già marginale, con conseguenze sui dati personali dei cittadini e sulla dipendenza da piattaforme extra-europee.
Dal parlamento italiano arriva invece un segnale di resistenza verso le ambizioni regolatorie di Bruxelles in materia di telecomunicazioni. La Commissione XIV Politiche dell'Unione Europea della Camera ha espresso perplessità formali sulla bozza del Digital Networks Act, il provvedimento con cui la Commissione europea intende ridisegnare l'intero settore delle telco continentali. Le riserve parlamentari italiane riflettono timori condivisi da diversi operatori nazionali: una riforma mal calibrata potrebbe penalizzare gli investimenti nelle reti, già fragili in Italia rispetto alla media europea.
Il Digital Networks Act si inserisce in un dibattito più ampio sulla concentrazione del mercato europeo delle telecomunicazioni. Bruxelles vorrebbe favorire la creazione di operatori continentali di scala, capaci di competere con le big tech americane e cinesi sulle infrastrutture di nuova generazione. Tuttavia, le resistenze nazionali sono sistematiche: ogni paese membro tende a difendere i propri campioni locali e i propri modelli regolatori, rendendo l'armonizzazione un processo politicamente costoso.
Il quadro complessivo solleva una domanda di fondo che attraversa tutti e tre i dossier: l'Europa è in grado di costruire una governance digitale coerente e tempestiva, o il ritardo istituzionale continuerà a lasciare spazio ai grandi operatori privati — prevalentemente americani — per definire de facto gli standard del mercato digitale europeo prima ancora che i legislatori abbiano trovato un accordo?