Nel dibattito sul futuro dell'intelligenza artificiale, un tema sta emergendo con forza tra i protagonisti della Silicon Valley: quello di un mondo post-lavoro dove l'abbondanza generata dalle macchine intelligenti potrebbe ridefinire completamente il concetto stesso di occupazione e ricchezza. Non si tratta più solo di capire quali professioni sopravviveranno all'automazione, ma di immaginare una società dove il lavoro stesso diventa opzionale. È uno scenario che oscilla tra utopia e distopia, e che vede i principali leader tecnologici divisi su come questa trasformazione potrebbe concretizzarsi.
L'ipotesi radicale di Musk: quando tutti saranno ricchi
Elon Musk, CEO di Tesla e xAI, ha coniato un termine specifico per descrivere questo futuro: "universal high income", un reddito universale elevato. Si tratta di un ribaltamento completo del concetto di reddito di base universale (UBI) reso popolare dal candidato democratico Andrew Yang nel 2020. Non più sussidi statali per chi perde il lavoro, ma una ricchezza diffusa generata dall'intelligenza artificiale e dalla robotica che renderebbe superfluo il risparmio stesso.
"Non ci sarà più povertà in futuro, quindi nessun bisogno di risparmiare denaro", ha scritto Musk su X lo scorso dicembre. In questo scenario idilliaco, il miliardario immagina il lavoro trasformato in qualcosa di simile a un hobby o a un videogioco. "Tutti avranno abbondanza, eccellente assistenza sanitaria, e qualunque bene o servizio desiderino", ha dichiarato durante un'apparizione al podcast di Joe Rogan in ottobre, aggiungendo che "suona un po' come il paradiso".
Gates e la settimana lavorativa di due giorni
Bill Gates adotta una visione meno radicale ma ugualmente trasformativa. Il fondatore di Microsoft prevede che gli esseri umani riserveranno a sé stessi alcuni compiti specifici, ma che l'IA renderà possibili cambiamenti un tempo impensabili, come una settimana lavorativa di due o tre giorni. "Per quanto riguarda produrre cose, spostarle e coltivare cibo, nel tempo questi saranno fondamentalmente problemi risolti", ha spiegato Gates durante un'apparizione al programma di Jimmy Fallon nel febbraio scorso.
Altman e la proprietà collettiva dell'intelligenza artificiale
Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, propone un sistema più articolato. Vuole un mondo caratterizzato da una "ricchezza estrema universale", ma non attraverso semplici assegni governativi. "Penso che se semplicemente diciamo 'ok, l'IA farà tutto e poi tutti riceveranno un dividendo', non ci si sentirà bene", ha spiegato al comico Theo Von durante un podcast di luglio.
Altman teorizza invece un sistema in cui la società possieda "una quota di proprietà in qualunque cosa l'IA crei". In questo "sistema di ricchezza di base universale", le persone potrebbero barattare la propria quota della capacità globale di intelligenza artificiale. Il CEO di OpenAI ha ammesso di condividere i timori di Von su un'umanità svuotata del proprio scopo, ma ha affermato di trovare conforto nel fatto che gli esseri umani "troveranno un modo, nel nostro modo di raccontare la storia, di sentirsi come i personaggi principali".
Huang e l'abbondanza di informazione
Jensen Huang, CEO di Nvidia, si posiziona su una linea più prudente. Ritiene improbabile che l'UBI e il "reddito universale elevato" di Musk possano coesistere simultaneamente. Per Huang, il concetto di abbondanza creata dall'IA non dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla ricchezza monetaria.
"Per esempio, oggi siamo ricchi di informazioni", ha detto a Rogan in dicembre. "Questo è un concetto che diverse migliaia di anni fa era accessibile solo a pochi". Il CEO di Nvidia sottolinea la complessità di fare previsioni definitive: "È difficile rispondere, in parte perché è difficile parlare dell'infinito ed è difficile parlare di un futuro molto lontano. Ci sono semplicemente troppi scenari da considerare".
Visioni dal mondo dell'IA: Amodei e Keynes
Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, richiama le intuizioni dell'economista John Maynard Keynes, che teorizzò una disoccupazione tecnologica in cui le future generazioni avrebbero lavorato solo 15-20 ore settimanali. "Tutti dovranno capire come operare in un'era post-AGI", ha dichiarato Amodei al Dealbook Summit del New York Times in dicembre. La domanda fondamentale diventa: "Possiamo avere un mondo dove il lavoro, per molte persone, non ha più la centralità che ha oggi, dove le persone trovano il loro centro di significato altrove?"
Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind e premio Nobel, parla invece di "abbondanza radicale". "Dobbiamo assicurarci che venga distribuita equamente, ma questa è più una questione politica", ha detto a The Guardian in agosto. Secondo Hassabis, se gestita correttamente, questa abbondanza potrebbe creare "un mondo straordinario, forse per la prima volta nella storia umana, dove le cose non devono essere a somma zero". Resta però aperta la questione cruciale: "Diciamo che otteniamo un'abbondanza radicale e la distribuiamo bene, cosa succede dopo?"
Mentre Wall Street ha trascorso gran parte del 2025 preoccupandosi della bolla dell'intelligenza artificiale, i leader tecnologici stanno già immaginando scenari ben oltre l'orizzonte degli investimenti. La domanda non è più se l'IA cambierà il lavoro, ma se lo renderà completamente obsoleto, trasformando l'occupazione da necessità a scelta personale. Un futuro che, come nota Musk, potrebbe assomigliare al paradiso – sempre che non ci porti prima all'estinzione.