Tre grandi editori e uno scrittore hanno avviato un’azione contro Google, accusando il gruppo tecnologico di avere utilizzato opere protette per addestrare Gemini senza autorizzazione né compenso. Hachette Book Group, Cengage Learning, Elsevier e l’autore Scott Turow puntano a ottenere il riconoscimento di una class action, inserendosi nel crescente confronto giudiziario tra industria editoriale e sviluppatori di intelligenza artificiale.
I ricorrenti sono Hachette Book Group, Cengage Learning, Elsevier e Turow. Nella denuncia sostengono che Google abbia riprodotto milioni di opere coperte da copyright, pur sapendo che tale condotta avrebbe violato la legge. L’accusa non riguarda quindi soltanto l’accesso ai contenuti, ma il loro impiego come materiale di addestramento per un sistema capace di generare testi e risposte su richiesta.
Il documento attribuisce inoltre a Google la rimozione delle informazioni sulla gestione del copyright, indicate anche con la sigla CMI. Secondo i promotori dell’azione, questa operazione avrebbe nascosto le fonti utilizzate durante l’addestramento e facilitato un impiego non autorizzato delle opere. È uno dei passaggi più netti della contestazione, perché collega la raccolta dei contenuti alla presunta eliminazione degli elementi che ne identificano titolari e condizioni d’uso.
La causa si estende anche al funzionamento del prodotto dopo l’addestramento. La denuncia sostiene che Gemini possa consentire, e in alcuni casi persino incoraggiare, la produzione di opere imitative senza riconoscere credito o compensi agli autori e agli editori. Al centro compare così il tema degli output generativi: non soltanto quali dati entrino nel modello, ma fino a che punto le risposte possano sostituire i contenuti protetti dai quali il sistema avrebbe appreso.
I ricorrenti affermano che, in assenza di adeguate misure di controllo, Gemini continuerà a produrre risultati sostitutivi delle opere usate per il training. Google, secondo la denuncia, non avrebbe introdotto guardrail efficaci per limitare questo rischio. La controversia riunisce quindi due livelli distinti: la legittimità dell’addestramento dei modelli e la capacità delle piattaforme di impedire che il materiale generato replichi o rimpiazzi opere esistenti.
Il settore editoriale ha già tentato di negoziare accordi con le aziende che sviluppano grandi modelli linguistici, mentre alcune delle parti coinvolte hanno promosso una causa analoga contro Meta. Le iniziative fondate sulla violazione del copyright, tuttavia, non hanno finora ottenuto risultati lineari. Il nodo rimane la definizione dei limiti entro cui opere protette possono essere raccolte e utilizzate per costruire sistemi commerciali di intelligenza artificiale.
Nel 2025 un altro gruppo di scrittori aveva raggiunto un accordo iniziale da 1,5 miliardi di dollari con Anthropic, in una causa legata al chatbot Claude e trasformata da contestazione sul copyright in un caso di pirateria. Il giudice incaricato lo aveva però respinto, giudicandolo ancora lontano dall’essere completo. Anche altre iniziative contro l’operazione AI di Meta non hanno avuto successo, mentre due autori hanno contestato ad Apple l’uso senza licenza delle loro creazioni per l’addestramento.
La nuova iniziativa amplia dunque la pressione legale sull’industria dell’AI e porta nuovamente in tribunale il rapporto tra diritti degli autori, dati di training e prodotti generativi. Per editori, sviluppatori e imprese che adottano questi strumenti, l’esito potrà contribuire a definire responsabilità, sistemi di controllo e possibili forme di remunerazione. La disputa resta però aperta: le accuse dovranno essere valutate in giudizio e la richiesta di class action dovrà ottenere il necessario riconoscimento.