La rimozione dalle reti europee degli apparati forniti da aziende considerate ad alto rischio potrebbe costare agli operatori fino a 40 miliardi di euro. La stima arriva da GSMA Intelligence e comprende infrastrutture mobili, reti fisse e sistemi di trasporto, dalle dorsali ottiche ai cavi sottomarini. Alla spesa necessaria per sostituire le apparecchiature si aggiungerebbero effetti sulla concorrenza, sui prezzi della tecnologia e sulla capacità delle telco di finanziare l’evoluzione dei propri servizi.
L’analisi, condotta attraverso un’indagine su sette gruppi di operatori UE, colloca il costo complessivo tra 30 e 40 miliardi. Prendendo come riferimento il valore intermedio di 35 miliardi di euro, circa 19 miliardi riguarderebbero le reti mobili, 5 miliardi le infrastrutture fisse e 11 miliardi gli elementi di trasporto. Il calcolo fotografa quindi un intervento molto più ampio della sola sostituzione delle antenne utilizzate per il 5G.
Il quadro nasce dalle disposizioni contenute nella proposta di Cybersecurity Act 2, con cui la Commissione europea punta a ridurre le minacce legate ad apparati informatici e di telecomunicazione provenienti da Paesi terzi. I fornitori classificati come high-risk vendor comprendono gruppi cinesi come Huawei e ZTE. Per gli operatori mobili, la rimozione degli apparati interessati dovrebbe essere completata entro tre anni, mentre scadenze differenti potrebbero applicarsi alle altre reti e categorie di asset.
Alla difficoltà tecnica e organizzativa di una migrazione su larga scala si somma la possibile contrazione dell’offerta. Secondo la GSMA, l’esclusione dei fornitori ad alto rischio restringerebbe ulteriormente un mercato degli apparati mobili già molto concentrato. L’analisi, basata anche sui cosiddetti diversion ratio e sui margini dei produttori, stima che i prezzi delle apparecchiature mobili potrebbero crescere del 24%. Per le reti fisse l’aumento potrebbe raggiungere il 19%, mentre per i sistemi di trasporto si fermerebbe intorno al 10%.
Applicando questi rincari agli investimenti attesi tra il 2027 e il 2030, gli operatori dovrebbero sostenere ulteriori costi per circa 8,5 miliardi di euro. Le telco potrebbero reagire aumentando i prezzi di accesso pagati dai clienti, riducendo la spesa destinata agli aggiornamenti delle reti e al miglioramento dei servizi, oppure combinando entrambe le misure. La pressione finanziaria rischierebbe così di trasferirsi dalle infrastrutture ai bilanci delle imprese e, in ultima istanza, agli utenti.
La GSMA collega reti economiche e di qualità alla produttività, all’innovazione e alla crescita, avvertendo che un dispiegamento più lento o costoso di 5G e 6G potrebbe ostacolare gli obiettivi europei del Digital Decade 2030. Il rapporto richiama inoltre uno studio KPMG, realizzato in collaborazione con la China Chamber of Commerce to the EU, che ipotizza perdite economiche cumulative fino a 370 miliardi di euro entro il 2030. La provenienza dello studio impone tuttavia cautela nella lettura di questa proiezione.
Il precedente britannico mostra il tipo di compromesso che l’Europa potrebbe trovarsi a gestire. Il Regno Unito ha imposto agli operatori di eliminare Huawei dalle reti 5G e il denaro destinato alla sostituzione non ha potuto sostenere l’espansione della copertura; le prestazioni e la qualità del servizio britanniche risultano tra le peggiori in Europa. Anche negli Stati Uniti alcune reti continuano a utilizzare apparati Huawei, in attesa di fondi pubblici per rimuoverli. La scelta europea si gioca quindi tra sicurezza e resilienza, tempi di attuazione, concorrenza industriale e sostenibilità degli investimenti: il costo del distacco dai fornitori cinesi non finirà necessariamente dentro i soli conti delle telco.