Loudoun County, in Virginia, è diventata la capitale mondiale dei data center fino a gestire il 70% del traffico internet giornaliero. Il dato, enorme per una contea, racconta meglio di qualunque definizione il peso assunto da questo territorio nella geografia fisica del digitale: dietro servizi online, piattaforme cloud e applicazioni usate ogni giorno da imprese e cittadini c’è anche una concentrazione infrastrutturale che ha pochi paragoni.
Il tema è emerso in una sala affollata a Leesburg, durante una sessione di domande e risposte guidata da Phyllis Randall, presidente del Board of Supervisors della contea. Davanti a lei, residenti favorevoli e contrari alla continua costruzione di nuovi impianti hanno portato argomenti molto diversi, ma legati allo stesso punto: la crescita dei data center non è più soltanto una questione tecnica, bensì una scelta di territorio, fiscalità, energia e qualità della vita.
Randall ha ricostruito l’origine del modello Loudoun partendo da un’eredità industriale precisa: le infrastrutture lasciate da AOL, che aveva la propria sede nell’area. A quel patrimonio si è aggiunta una decisione amministrativa del 2000, quando un funzionario responsabile della zonizzazione stabilì che i data center sarebbero stati soggetti alle stesse regole previste per gli office park. Da lì si è aperta una traiettoria che ha trasformato la contea in un punto nevralgico dell’economia digitale.
Il risultato è un’industria che Randall ha definito il principale contribuente commerciale della contea. Oggi Loudoun conta 250 data center e, secondo l’analisi dell’amministrazione locale richiamata dalla presidente, queste strutture utilizzano il 10% dell’acqua della contea, in parte grazie a una linea dedicata di acqua recuperata. Il dato aiuta a leggere la doppia natura del fenomeno: da un lato entrate fiscali e servizi pubblici, dall’altro consumo di risorse e pressione sulle infrastrutture.
La frattura tra i residenti passa anche dall’esperienza quotidiana. Suzanne Guida, che vive nella comunità di Belmont, ha descritto l’impatto di un impianto vicino sulla propria qualità della vita, spiegando di sentire un ronzio tonale sia dentro sia fuori casa. È la dimensione meno astratta dei data center: non solo server, raffreddamento e connessioni, ma rumore percepito, paesaggio trasformato e convivenza con strutture essenziali per l’economia digitale.
Altri residenti leggono la stessa presenza in modo opposto. Colleen Gillis, residente della contea, ha sostenuto che i data center hanno contribuito a ridurre nel tempo l’aliquota fiscale, rendendo possibili scuole, servizi, parchi e minori impatti sul traffico. Nella sua posizione c’è il punto che molte amministrazioni locali si trovano oggi a valutare: quanto valore pubblico può generare un’infrastruttura digitale e quali costi locali è ragionevole accettare per sostenerla.
La richiesta di una moratoria, avanzata da chi vuole fermare nuove costruzioni, incontra però un limite giuridico indicato da Randall: in base alla legge della Virginia, una moratoria non sarebbe oggi legale, così come non sarebbe consentito negare una decisione sull’uso del suolo basandosi sul consumo di energia. Questo vincolo rende più complesso il confronto politico, perché sposta il dibattito dal semplice sì o no ai data center verso strumenti regolatori, fiscali e infrastrutturali.
Su questo fronte si inserisce anche la posizione della governatrice Abigail Spanberger, che ha richiamato la nuova tassa statale sul consumo energetico dei data center, definita la prima del suo genere a livello statale, e le misure con cui il Commonwealth punta a evitare che i contribuenti elettrici sostengano i costi delle nuove infrastrutture energetiche richieste dal settore. Loudoun mostra così il volto concreto della trasformazione digitale: il web appare immateriale agli utenti, ma cresce attraverso scelte molto materiali su acqua, energia, tasse, territorio e consenso pubblico.