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La hit australiana numero uno solleva dubbi sull’AI

La cover di Like a Prayer firmata da Josh Fawaz domina radio e streaming, mentre musicisti ed esperti si interrogano sul possibile impiego dell’AI.

13 lug 2026 4 min lettura A cura di Redazione
La hit australiana numero uno solleva dubbi sull’AI
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Una cover di Like a Prayer è diventata una delle canzoni più trasmesse dalle radio australiane, portando in pochi mesi il produttore Josh Fawaz da artista poco conosciuto a fenomeno virale. Il brano ha raggiunto il primo posto della National Radio Airplay chart, accumulando migliaia di passaggi radiofonici. Ma il successo è accompagnato da una domanda ancora senza risposta definitiva: la registrazione è stata prodotta, almeno in parte, attraverso strumenti di intelligenza artificiale generativa?

Dalla pubblicazione, la versione del classico di Madonna ha totalizzato 35 milioni di ascolti su Spotify e conquistato la vetta mondiale della classifica Electronic di iTunes. Anche l’album di debutto Dance Like Nobody’s Watching, una raccolta di 18 reinterpretazioni orientate ai club, è salito fino al numero 18 della classifica australiana degli album di artisti locali. Nei crediti, Fawaz compare come interprete, mentre lo zio Fadi Fawaz è indicato ai sintetizzatori e alla produzione.

I dubbi riguardano soprattutto le caratteristiche sonore della registrazione. Sam Whiting, ricercatore della scuola di media e comunicazione del RMIT, ha individuato elementi associati a generatori musicali come Suno, tra cui una compressione particolarmente marcata. Il produttore e DJ Needs No Sleep ha segnalato a sua volta batterie poco precise, artefatti nelle parti vocali e una qualità ridotta del file in streaming. Sono indizi tecnici, non una dimostrazione conclusiva dell’origine artificiale del brano.

La hit ha scalato le radio prima che fosse chiarita l’origine della voce

Fawaz ha risposto alle critiche dichiarando su Instagram di utilizzare l’AI come strumento e di avere come priorità la produzione di buona musica per il pubblico. Non ha però chiarito se le voci o altre parti della cover siano state generate tramite prompt. La distinzione è sostanziale: software di elaborazione, correzione dell’intonazione, missaggio e mastering assistito possono intervenire su una performance umana; nella musica generativa, invece, il sistema crea direttamente il risultato a partire dalle istruzioni dell’utente.

La traiettoria commerciale dell’artista alimenta ulteriormente il confronto. Attivo dalla seconda metà degli anni 2010, Fawaz ha raggiunto il successo dopo essersi orientato verso cover con parti vocali, iniziando in aprile con Like a Prayer. Sono seguite reinterpretazioni di brani come Wonderwall degli Oasis e Girls Wanna Have Fun di Cyndi Lauper. Whiting ha osservato che una performance vocale simile sarebbe notevole se umana, mentre un’origine artificiale aprirebbe interrogativi sul valore attribuito all’espressione umana.

Usare l’AI come strumento non equivale a dichiarare una canzone generata

Il nodo coinvolge anche il modello economico dello streaming. Needs No Sleep sostiene che i contenuti generati dall’AI ricevano royalty a ogni ascolto o passaggio radiofonico, entrando in competizione con gli artisti per una quota di ricavi già limitata. L’associazione australiana che gestisce i diritti di esecuzione e riproduzione ha precisato, tuttavia, che il metodo di registrazione della cover non modifica i compensi destinati agli autori originali: Madonna L. Ciccone e Patrick R. Leonard continuano a ricevere normalmente le royalty di esecuzione relative alla composizione.

La regolamentazione non risolve ancora l’ambiguità. Dal 1° luglio, il nuovo codice delle radio commerciali australiane richiede trasparenza quando i programmi utilizzano voci generate dall’AI, ma l’obbligo non si applica alla musica. Le grandi reti ARN, Nova Entertainment e Southern Cross Austereo non hanno fornito indicazioni sulle proprie politiche. Parallelamente, le richieste delle aziende tecnologiche di alleggerire le norme australiane sul copyright per addestrare i modelli stanno suscitando allarme tra i musicisti.

Le radio devono segnalare le voci artificiali, ma la musica resta esclusa

Whiting collega la scarsa attenzione verso l’origine dei brani alla cultura dello streaming e alla “TikTok-ification” della musica, che avrebbero abituato il pubblico a un ascolto meno critico. Like a Prayer mostra così una zona grigia destinata ad allargarsi: un successo può scalare classifiche e palinsesti prima che ascoltatori, radio e titolari dei diritti sappiano con precisione chi, o che cosa, abbia generato la voce che stanno ascoltando.

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