Dietro l’apparente automazione dell’intelligenza artificiale resta una forza lavoro che annota, pulisce e verifica i dati, modera i contenuti e svolge altre attività essenziali al funzionamento dei sistemi. In Uganda, tuttavia, queste persone non sono riconosciute esplicitamente come una categoria giuridica distinta. È il nodo individuato da uno studio di Jeffery Acheampong Adu, dottorando ghanese alla Texas Tech University, che chiede protezioni legali e politiche più solide per i lavoratori della filiera IA.
La ricerca, intitolata “Data Workers in the AI Supply Chain: An Exploratory Study of the Legal and Policy Protections Governing Digital Labour”, è stata presentata alla conferenza AEJMC 2026 di New Orleans. L’analisi mette a confronto i quadri normativi globali, regionali africani e ugandesi per verificare in che modo riconoscano e proteggano il lavoro digitale che sostiene lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Il punto di partenza è il divario tra l’immagine di una tecnologia pienamente autonoma e la quantità di attività umane necessarie per renderla operativa. Annotazione dei dati, moderazione, pulizia, controllo e verifica costituiscono passaggi della catena produttiva, ma chi li esegue tende a rimanere poco visibile. Gli studi esistenti, osserva Adu, hanno fatto emergere questo lavoro nascosto; minore attenzione è stata invece riservata alle norme predisposte per tutelarlo e alle lacune che ancora caratterizzano tali strumenti.
Utilizzando l’Uganda come caso di studio, Adu ha esaminato le principali politiche in materia di diritti umani, lavoro, protezione dei dati, cybersicurezza e sviluppo digitale. Il quadro emerso non è quello di un vuoto assoluto: i lavoratori dei dati possono beneficiare di garanzie in quanto persone, dipendenti, lavoratori, cittadini o soggetti interessati dal trattamento dei dati. La protezione resta però indiretta e distribuita tra categorie che non riflettono pienamente le caratteristiche delle nuove occupazioni digitali.
Un passaggio centrale riguarda l’Employment Act ugandese, che prevede importanti tutele del lavoro. La possibilità di accedervi può però dipendere dal riconoscimento formale dello status di dipendente. Ne deriva un’area di incertezza per freelance, addetti assunti attraverso fornitori esterni, subappaltatori e lavoratori delle piattaforme, figure frequenti nelle catene operative distribuite su cui si appoggia la produzione dei dati per l’IA.
La proposta di Adu è ampliare il perimetro della governance dell’IA. Regole e politiche non dovrebbero concentrarsi soltanto sulla sicurezza dei sistemi, sulla gestione dei dati e sulla promozione dell’innovazione, ma includere esplicitamente le persone che rendono possibile la tecnologia. Il ricercatore chiede che il lavoro sui dati venga riconosciuto con maggiore chiarezza come lavoro, accompagnandolo con garanzie su retribuzione equa, condizioni operative sicure, sostegno alla salute mentale e tutela della privacy.
Tra le richieste figurano anche una maggiore voce collettiva per gli addetti e un accesso effettivo ai rimedi legali. Il caso ugandese mostra così una criticità più articolata della semplice assenza di norme: le protezioni esistono, ma si applicano in modo frammentario e disomogeneo alle forme emergenti di occupazione digitale. Rendere visibile la componente umana della filiera significa quindi definire responsabilità e diritti lungo l’intero ciclo di sviluppo dell’IA, evitando che l’innovazione proceda su categorie lavorative rimaste ai margini della legge.