Tra gennaio e maggio 2025, almeno quattordici grandi aziende tecnologiche, finanziarie e software hanno annunciato tagli al personale citando esplicitamente l'intelligenza artificiale come fattore abilitante delle riduzioni. Il fenomeno, distribuito su scala globale e trasversale a settori diversi, segna un'accelerazione concreta nel dibattito sul rapporto tra automazione e occupazione, con migliaia di posti di lavoro eliminati in nome dell'efficienza algortimica.
Secondo un rapporto di marzo 2025 della società di transizione professionale Challenger, Gray & Christmas, l'intelligenza artificiale è stata citata nell'8% dei piani di riduzione del personale registrati da inizio anno negli Stati Uniti. Un dato ancora minoritario, ma in rapida crescita, che si inserisce in un contesto in cui uno studio del MIT ha rilevato che il 95% degli investimenti aziendali in intelligenza artificiale ha generato rendimento zero fino ad oggi. Il divario tra la narrativa dell'efficienza e i risultati misurabili resta, dunque, molto ampio.
Il sospetto di un fenomeno di "AI washing" — ovvero l'utilizzo dell'intelligenza artificiale come giustificazione di comodo per tagli strutturali già pianificati — è esplicitamente sollevato da Sam Altman di OpenAI, secondo cui alcune imprese attribuiscono all'automazione licenziamenti che sarebbero avvenuti comunque. Una lettura critica che trova riscontro parziale nei dati: un'indagine 2025 della società di consulenza Robert Half su 2.000 responsabili delle risorse umane ha rilevato che il 29% ha riaperto posizioni precedentemente eliminate dopo l'adozione dell'intelligenza artificiale.
Tra i casi più significativi per dimensione, spicca quello di Block, la società di pagamenti digitali guidata da Jack Dorsey, che ha annunciato a febbraio la riduzione della forza lavoro da oltre 10.000 a meno di 6.000 dipendenti. Dorsey ha descritto il cambiamento come strutturale: team più piccoli e piatti abilitati da strumenti di intelligenza artificiale, presentandolo come un modello che "tutte le aziende adotteranno alla fine". Wisetech, produttore australiano di software logistico con sede a Sydney, ha annunciato tagli ancora più profondi: 2.000 posti, pari al 30% dell'organico, con il CEO Zubin Appoo che ha dichiarato che "l'era della scrittura manuale del codice è finita".
Sul versante del settore bancario, Standard Chartered ha annunciato a maggio la riduzione del 15% del personale entro il 2030. Il CEO Bill Winters ha inquadrato il processo non come contenimento dei costi, ma come sostituzione di "capitale umano a basso valore" con investimenti in tecnologia. Una formulazione che, sul piano delle relazioni industriali e del contesto normativo europeo, potrebbe sollevare questioni delicate, in particolare per le sedi operative nell'Unione Europea dove la direttiva sui licenziamenti collettivi impone obblighi di consultazione sindacale stringenti.
Cisco ha comunicato a maggio tagli inferiori a 4.000 unità — meno del 5% della forza lavoro globale — contestualmente a risultati del terzo trimestre superiori alle attese e a un rialzo delle previsioni di fatturato, trainato dalla domanda di infrastrutture per intelligenza artificiale. Il paradosso è evidente: la stessa tecnologia che elimina ruoli genera nuova domanda di investimento e, in alcuni casi, nuove assunzioni. IBM ne è l'esempio più articolato: il CEO Arvind Krishna ha confermato la sostituzione di centinaia di dipendenti nelle risorse umane con sistemi automatizzati, ma ha annunciato parallelamente piani di assunzione nell'intelligenza artificiale e nell'informatica quantistica, con un incremento previsto delle assunzioni di neolaureati.
Snap ha stimato risparmi annualizzati di circa 500 milioni di dollari dai tagli del 16% della forza lavoro, annunciati ad aprile. Wix, che ha eliminato il 20% dell'organico a maggio, ha affiancato ragioni valutarie — l'apprezzamento del dollaro sul shekel israeliano — a motivazioni legate all'intelligenza artificiale, offrendo uno dei rari casi in cui la motivazione tecnologica viene esplicitamente temperata da fattori macroeconomici tradizionali. La domanda che rimane aperta riguarda la sostenibilità di questo modello: se l'efficienza produttiva aumenta ma la capacità di spesa dei lavoratori si contrae, chi acquisterà i prodotti e i servizi che queste aziende continuano a sviluppare?