Il dibattito sull'impatto dell'intelligenza artificiale sull'occupazione si è intensificato negli Stati Uniti, dove un gruppo crescente di economisti, guidato da Torsten Slok di Apollo Global Management, sostiene che l'IA genererà più posti di lavoro di quanti ne eliminerà. La tesi, articolata in cinque interventi pubblicati nell'arco di una sola settimana, si scontra con la narrativa dominante delle grandi aziende tecnologiche, che continuano a citare l'IA come giustificazione per i licenziamenti.
Il tema ha implicazioni dirette per i mercati del lavoro occidentali, incluso quello europeo, dove il dibattito regolatorio sull'AI Act si intreccia con le preoccupazioni sindacali e le politiche industriali nazionali. Comprendere se l'IA sia un fattore espansivo o contrattivo per l'occupazione determinerà le scelte di policy fiscale, formazione professionale e welfare nei prossimi anni.
Al centro dell'argomentazione di Slok, chief economist di Apollo Global Management — uno dei maggiori gestori di asset alternativi al mondo con oltre 650 miliardi di dollari in gestione — c'è il cosiddetto paradosso di Jevons. Il principio, elaborato dall'economista britannico William Stanley Jevons nel XIX secolo, descrive il fenomeno per cui la riduzione del costo di un fattore produttivo aumenta la domanda complessiva di quel fattore, espandendo il mercato anziché contraendolo.
L'esempio della radiologia è, in questo senso, emblematico. Un decennio fa si prevedeva che l'IA avrebbe decimato quella professione. Oggi, secondo Slok, i radiologi statunitensi guadagnano oltre 500.000 dollari annui e il loro numero continua a crescere. La lettura di una scansione è un compito specifico, non una professione nella sua interezza: quando il costo del compito scende, la domanda della professione sale.
Slok ha poi introdotto un parallelo storico con la Cina: quando Pechino entrò nell'Organizzazione Mondiale del Commercio nei primi anni 2000, il cosiddetto "China shock" fu percepito come una minaccia esistenziale per l'occupazione manifatturiera americana. Il risultato effettivo fu diverso: la disoccupazione rimase contenuta e i guadagni di produttività generarono nuovi posti di lavoro in misura superiore a quelli perduti.
Tuttavia, lo stesso Slok ha ammesso in un'intervista a Bloomberg TV che l'IA colpirà in modo sproporzionato il settore software e della programmazione, in modo analogo agli effetti "molto regionali e specifici" del China shock sul manifatturiero. Non è un dettaglio marginale: società come Salesforce, Atlassian e IBM figurano tra quelle che hanno già annunciato esuberi motivati esplicitamente dall'adozione dell'IA.
La questione più delicata rimane però un'altra: quanto dei licenziamenti attribuiti all'IA riflettano realmente un cambio tecnologico e quanto nascondano invece inefficienze gestionali preesistenti? L'IA è diventata un comodo paravento per giustificare ristrutturazioni che avrebbero comunque avuto luogo, rendendo difficile separare l'effetto tecnologico dalla responsabilità manageriale.
Sotto la superficie del dibattito accademico si nasconde una tensione strutturale: i benefici dell'IA — se il paradosso di Jevons si verificherà anche questa volta — non saranno distribuiti uniformemente né geograficamente né per categoria professionale. I lavoratori del software di San Francisco non hanno gli stessi strumenti di adattamento di un impiegato amministrativo in una città di medie dimensioni del Midwest americano, o di un operatore di back-office nel Sud Europa.
La domanda che rimane aperta non è se l'IA creerà o distruggerà posti di lavoro in termini aggregati, ma chi pagherà il costo della transizione e in quale arco temporale. La storia del China shock insegna che i guadagni netti sono possibili, ma che le perdite locali e di categoria possono essere devastanti per anni prima che i meccanismi compensativi entrino in funzione — un intervallo che nessun modello economico è ancora riuscito a comprimere in modo soddisfacente.