Il portafoglio 60/40 — la strategia di allocazione classica che divide gli investimenti tra il 60% in azioni e il 40% in obbligazioni — potrebbe attraversare un decennio di rendimenti quasi nulli, secondo l'analisi di GMO, la società di gestione patrimoniale fondata dall'investitore Jeremy Grantham. L'allarme arriva da Ben Inker, co-responsabile dell'allocazione degli attivi, in un contesto di valutazioni azionarie storicamente elevate e tensioni geopolitiche crescenti.
La questione non è puramente accademica: il portafoglio 60/40 rappresenta il benchmark di riferimento per milioni di investitori istituzionali e privati a livello globale, dai fondi pensione ai portafogli retail. Un'eventuale sottoperformance prolungata avrebbe ricadute concrete su risparmi, rendite future e strategie previdenziali, con implicazioni rilevanti anche per i mercati europei e per gli investitori italiani esposti agli indici azionari americani.
Il nodo centrale dell'analisi di GMO riguarda la concentrazione estrema del mercato azionario statunitense. Il settore tecnologico dell'S&P 500 ha registrato una crescita del 314% dal 2020, trascinando al rialzo l'intero indice ma comprimendo al contempo la diversificazione effettiva del portafoglio. In pratica, chi detiene un classico 60/40 si ritrova esposto a un paniere di azioni costose e obbligazioni a rendimento contenuto — una combinazione che storicamente precede fasi di correzione o stagnazione dei rendimenti.
Il segnale d'allarme più significativo viene dal rapporto prezzo/utili di Shiller (CAPE ratio) dell'S&P 500, che si attesta intorno a 42 — il livello più alto dalla fase precedente allo scoppio della bolla dot-com. Inker ha definito lo scenario attuale "inquietantemente simile" a quello del 1999, anno in cui GMO introdusse per la prima volta la propria strategia alternativa, il Benchmark-Free Allocation, avvertendo già allora di un possibile deterioramento del portafoglio tradizionale.
I dati storici della stessa GMO forniscono un elemento di comparazione significativo: la strategia Benchmark-Free ha prodotto un rendimento medio annuo dell'8,1% negli ultimi vent'anni, contro il 2,6% del portafoglio 60/40 nello stesso periodo. La differenza, capitalizzata nel lungo termine, è sostanziale. La strategia si basa sul principio del ritorno alla media delle valutazioni nel lungo periodo, con un'allocazione dinamica orientata verso asset con valutazioni più contenute, in particolare azioni non statunitensi e titoli value.
GMO non è isolata in questa lettura. Bank of America ha stimato che il portafoglio 60/40 potrebbe perdere lo 0,1% nei prossimi dieci anni, mentre Vanguard ha proposto un'allocazione 70/30 invertita — con il 70% in obbligazioni e il 30% in azioni — citando proprio l'eccessiva concentrazione del mercato nel comparto tecnologico come fattore di rischio sistemico.
Inker ha inoltre identificato ulteriori variabili di rischio: conflitti geopolitici in corso e tensioni commerciali legate ai dazi, elementi che potrebbero accelerare una compressione delle valutazioni delle growth stock americane. La sua tesi è che la crescita rallenterà o le valutazioni si ridimensioneranno — in entrambi i casi, con effetti negativi sul portafoglio tradizionale.
La convergenza di segnali provenienti da attori diversi del mercato solleva una domanda strutturale: quanto a lungo il sistema finanziario globale può sostenere valutazioni così distanti dai fondamentali? E soprattutto, gli investitori istituzionali — dai fondi pensione europei alle compagnie assicurative italiane — hanno già iniziato ad aggiustare le proprie esposizioni, o restano ancorate a modelli di allocazione nati in un contesto di mercato radicalmente diverso?