Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, il più grande gestore patrimoniale al mondo, ha lanciato un avvertimento di portata sistemica: se l'Iran continuasse a rappresentare una minaccia per la stabilità regionale, anche dopo una eventuale cessazione del conflitto in corso, il prezzo del petrolio potrebbe stabilizzarsi attorno ai 150 dollari al barile, innescando una spirale inflazionistica con ricadute recessive sull'economia globale.
Il contesto in cui si inserisce questa previsione è di eccezionale gravità. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto delle forniture mondiali di greggio e gas naturale liquefatto, è stato quasi paralizzato dal conflitto in corso, determinando — secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) — la più grave interruzione dell'offerta petrolifera mai registrata nella storia recente. Non si tratta di una perturbazione passeggera: le implicazioni sui mercati energetici globali si misurano in anni, non in settimane.
Parlando in un podcast della BBC, Fink ha articolato la sua analisi in termini netti: "Se ci sarà una cessazione della guerra, ma l'Iran rimarrà comunque una minaccia per il commercio, per lo Stretto di Hormuz, per la pacifica coesistenza della regione del Golfo, allora potremmo avere anni di prezzi del petrolio superiori ai 100 dollari, più vicini ai 150, il che avrebbe profonde implicazioni per l'economia". Una dichiarazione che, provenendo dal vertice di una società con oltre 10.000 miliardi di dollari in gestione, non può essere liquidata come speculazione.
Le stime elaborate dal Centro Studi Confindustria quantificano con precisione gli scenari di rischio. In caso di conflitto concluso entro marzo 2026, l'incremento complessivo dei prezzi energetici rispetto al 2025 si attesterebbe al 12%. Con una durata fino a giugno, l'aumento salirebbe al 60%. Nello scenario di guerra prolungata fino a fine anno, i prezzi potrebbero crescere del 133%, con un impatto inflazionistico diretto superiore a 13 punti percentuali. Numeri che per le economie europee, già alle prese con la normalizzazione dei tassi da parte della Banca Centrale Europea, rappresenterebbero un contraccolpo di difficile gestione.
La volatilità dei mercati petroliferi riflette già questa incertezza. Dopo i forti rialzi seguiti all'escalation militare, si è registrato un calo di circa il 4% in seguito alle indiscrezioni su una proposta statunitense in 15 punti per porre fine al conflitto. Un movimento che illustra bene come il prezzo del greggio si muova oggi principalmente su aspettative geopolitiche, più che su fondamentali di domanda e offerta.
Per l'Europa e l'Italia in particolare, un'impennata dei costi energetici in questa fase ciclica avrebbe effetti asimmetrici rispetto agli Stati Uniti: la dipendenza europea dalle importazioni di gas naturale liquefatto e la struttura manifatturiera ad alta intensità energetica del tessuto industriale italiano espongono il sistema produttivo nazionale a uno shock di costi difficilmente trasferibile sui prezzi finali in un contesto di domanda interna già compressa.
Il punto più critico dell'analisi di Fink non riguarda tanto il conflitto in sé, quanto la sua eredità geopolitica. Un cessate il fuoco senza una ridefinizione del ruolo regionale dell'Iran lascerebbe intatta la percezione di rischio sulle rotte energetiche, sufficiente da sola a mantenere una premium di rischio strutturale sul prezzo del petrolio. Resta da interrogarsi se le istituzioni finanziarie internazionali e i governi europei dispongano degli strumenti — e della volontà politica — per isolare le proprie economie da uno scenario che, secondo uno dei più influenti gestori globali, non è più ipotetico.