Nel corso dell'evento LENS 2026, gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano hanno presentato un'analisi sulla maturità digitale delle imprese italiane, fotografando un sistema produttivo in cui la trasformazione tecnologica non è più un'opzione accessoria ma una variabile determinante per la competitività strutturale. Al centro del dibattito, le dichiarazioni di Riccardo Mangiaracina, che ha identificato nei ritardi delle piccole e medie imprese (PMI) il principale fattore di rischio sistemico per l'economia nazionale.
Il quadro che emerge dalla ricerca è quello di un Paese a doppia velocità: da un lato, la diffusione capillare dei pagamenti elettronici, che ormai rappresentano la modalità dominante nel transato commerciale; dall'altro, una base manifatturiera composta prevalentemente da PMI che fatica ad assorbire le logiche dell'intelligenza artificiale (IA) e della gestione strutturata del dato. Questo divario non è solo tecnologico, ma si traduce direttamente in differenziali di produttività rispetto ai principali partner europei.
Il tema della cybersicurezza emerge come priorità critica per il tessuto industriale italiano. Le PMI, che costituiscono oltre il 99% delle imprese attive in Italia e generano circa il 67% del fatturato privato nazionale secondo i dati Istat, sono storicamente sottoattrezzate sul fronte della protezione digitale. Un attacco informatico riuscito può paralizzare interi segmenti di supply chain, con ricadute che vanno ben oltre il singolo operatore colpito.
L'integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi produttivi, tema centrale dell'intervento di Mangiaracina, richiede prerequisiti che molte PMI italiane non possiedono: infrastrutture dati organizzate, competenze interne adeguate e una governance tecnologica coerente. Senza questi fondamentali, l'adozione dell'IA rischia di essere superficiale, limitata a strumenti isolati privi di reale impatto sui processi core.
Il contesto normativo europeo aggiunge ulteriore pressione. L'AI Act dell'Unione Europea, entrato progressivamente in vigore, impone obblighi di conformità che richiedono risorse e competenze non sempre disponibili nelle strutture più piccole. Parallelamente, il GDPR continua a generare oneri amministrativi che si sommano agli investimenti necessari per la digitalizzazione operativa, creando un effetto di compressione sulle capacità di spesa delle imprese minori.
Va rilevato che eventi come LENS 2026, organizzati dagli stessi Osservatori che producono la ricerca, presentano per natura un bias narrativo verso l'urgenza della trasformazione digitale: è nell'interesse istituzionale degli organizzatori enfatizzare i gap piuttosto che i progressi compiuti. Detto questo, i dati strutturali sul ritardo italiano nella digitalizzazione delle PMI sono corroborati da fonti indipendenti, tra cui il Digital Economy and Society Index (DESI) della Commissione Europea, che posiziona stabilmente l'Italia nella parte bassa della classifica continentale.
La sfida, in ultima analisi, non si esaurisce nell'aggiornamento tecnologico. Richiede una revisione dei modelli organizzativi, un cambio generazionale nella gestione e politiche pubbliche capaci di accompagnare le imprese oltre il perimetro degli incentivi fiscali spot. Il Piano Transizione 5.0, l'attuale strumento agevolativo del governo italiano, offre crediti d'imposta per investimenti in digitalizzazione ed efficienza energetica, ma la sua efficacia nel raggiungere le micro-imprese rimane da verificare nella pratica. La vera domanda, che i dati del Politecnico non rispondono ancora, è se il sistema-Paese disponga della volontà politica e delle risorse necessarie per trasformare una diagnosi ormai condivisa in una terapia efficace e tempestiva.