La Science Based Targets initiative (SBTi), l'organismo che ha validato i piani di decarbonizzazione di quasi 11.000 aziende nel mondo, ha pubblicato il 21 maggio il proprio piano strategico 2026-2030, ammettendo per la prima volta in via ufficiale che i crediti di CO2 di alta integrità sono uno strumento legittimo — anzi "vitale" secondo il draft circolato a novembre 2025 — per raggiungere gli obiettivi climatici aziendali. La guidance operativa, tuttavia, arriverà soltanto entro fine 2027.
Il ritardo non è un dettaglio tecnico: è il punto critico dell'intera vicenda. Migliaia di aziende firmatarie di target SBTi sono già fuori traiettoria rispetto ai propri impegni, e lo standard che avrebbe dovuto governare la transizione climatica del settore privato si trova ora a dover gestire un problema di credibilità strutturale, non congiunturale.
La risposta ideata da SBTi per tamponare questa situazione è il concetto di "best effort": chi avrà lavorato in buona fede usando tutte le leve disponibili, senza però centrare il target, potrà restare dentro il framework e continuare a dichiararsi in cammino verso il net zero. Tradotto nel linguaggio della corporate governance, si tratta di un'autocertificazione di inadempienza trasformata in posizione di compliance. La distinzione tra questa formula e il greenwashing sarà difficile da sostenere nel momento in cui un fondo attivista o un investitore istituzionale chiederà conto di un obiettivo mancato.
La radice del problema è economica prima che ideologica. La decarbonizzazione profonda dei settori industriali obbedisce a principi elementari di efficienza allocativa: se per un'azienda specifica il costo di abbattere una tonnellata di CO2 nel proprio perimetro supera quello che lo stesso risultato costerebbe ad altri attori del sistema, è economicamente razionale — e dovrebbe essere normativamente raccomandabile — che quella tonnellata venga abbattuta dove il costo è minore, finanziando la riduzione attraverso l'acquisto di crediti. È il principio che ha ispirato i meccanismi di mercato per il clima dal Protocollo di Kyoto in poi e che governa qualunque sistema di Emissions Trading Scheme (ETS) operativo al mondo.
I dati smontano anche l'argomento più ricorrente tra i critici dei crediti volontari — il rischio di crollo dei prezzi per eccesso di offerta. Le emissioni globali superano 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente annue; i crediti emessi dal mercato volontario nel 2024 sono stati meno di 300 milioni di tonnellate, pari allo 0,65% della domanda potenziale. Lo squilibrio strutturale è tale che sbloccare la domanda corporate spingerebbe i prezzi verso l'alto, non verso il basso, mobilitando capitali verso tecnologie e geografie oggi prive di segnale di prezzo sufficiente.
Sul piano della coerenza istituzionale, la posizione SBTi risulta difficile da sostenere. I crediti di CO2 sono già parte integrante dell'architettura climatica internazionale: l'Articolo 6 dell'Accordo di Parigi è diventato pienamente operativo al COP29 di Baku nel novembre 2024, la proposta di target climatico europeo 2040 li include esplicitamente tra gli strumenti ammessi, e quasi due terzi degli ETS operativi al mondo — secondo il rapporto State and Trends of Carbon Pricing della World Bank — li riconoscono come opzione di compliance. Australia, Canada, California, Cina, Corea del Sud e Nuova Zelanda li utilizzano già.
Sul fronte della qualità dei crediti, il settore ha compiuto passi significativi: l'Integrity Council for the Voluntary Carbon Market (ICVCM) ha pubblicato i Core Carbon Principles, e agenzie di rating indipendenti come BeZero, Sylvera e MSCI Carbon Markets offrono oggi valutazioni granulari che consentono di distinguere crediti solidi da prodotti scadenti. Non a caso, SBTi ha scelto proprio l'ICVCM come riferimento per la certificazione dei crediti ammissibili nel nuovo standard.
Il rischio sistemico per SBTi è già visibile: parte del mondo corporate sta esplorando percorsi alternativi — il framework della Coalition to Grow Carbon Markets, lo standard ISO 14068-1 sulla carbon neutrality, le architetture nazionali di Singapore, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito. Nessuno vuole sostituire SBTi, ma tutti stanno occupando uno spazio che lo standard principale lascia vacante.
Rimane aperta una questione di fondo che la guidance del 2027 dovrà affrontare senza eufemismi: se uno Stato può legittimamente usare crediti internazionali per perseguire i propri impegni climatici nazionali, su quale base logica un'impresa che opera in quello stesso Stato non può fare altrettanto nel quadro di un impegno volontario? La risposta non è tecnica. È politica. E il mercato, nel frattempo, non aspetta.