Scenario Confindustria: guerra in Iran, Italia a rischio recessione
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26/03/2026

Il rapporto Confindustria primavera 2026 prevede per l'Italia una crescita tra +0,5% e -0,7% di PIL, legata alla durata del conflitto in Medio Oriente e al rischio Hormuz.

Confindustria: guerra in Iran, Italia a rischio recessione

Il centro studi di Confindustria ha pubblicato il "Rapporto di Previsione – Primavera 2026", delineando tre scenari macroeconomici per l'Italia in funzione della durata del conflitto in Medio Oriente. A seconda di quando cesserà la guerra, il prodotto interno lordo italiano oscillerà tra una crescita dello 0,5% e una recessione dello 0,7%, con il fattore determinante identificato nel blocco dello Stretto di Hormuz e nelle sue conseguenze sui mercati energetici globali.

La vulnerabilità strutturale dell'economia italiana agli shock energetici torna al centro del dibattito di politica industriale. L'Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di gas e petrolio, si trova esposta in modo asimmetrico rispetto ad altri partner europei: ogni impennata dei prezzi dell'energia si trasmette rapidamente all'apparato produttivo manifatturiero, che rappresenta una quota rilevante del valore aggiunto nazionale.

Il meccanismo di trasmissione dello shock è dettagliato nel rapporto con precisione quantitativa. Nella migliore delle ipotesi — conflitto concluso entro marzo — il rincaro combinato di petrolio e gas si attesterebbe al +12% rispetto al 2025, con un impatto inflattivo contenuto. Se il conflitto si prolungasse fino a giugno, la variazione dei prezzi energetici salirebbe al +60%; nello scenario peggiore, con guerra protratta per tutto il 2026, il rincaro raggiungerebbe il +133%, con il petrolio in crescita fino al 90% e il gas fino al 50%.

A questo impatto diretto vanno aggiunti gli effetti di second round, ovvero gli aumenti dei prezzi di beni e servizi non energetici che incorporano l'aumento dei costi energetici che in Italia si sviluppano in circa 6 mesi dallo shock iniziale.

Gli esperti di Confindustria stimano che lo scenario peggiore genererebbe oltre 13 punti percentuali aggiuntivi di inflazione rispetto al 2025, mentre quello intermedio si fermerebbe a 6 punti. Si tratta di valori che, se confermati, porterebbero l'inflazione italiana su livelli non visti dalla crisi energetica del 2022, con effetti diretti sul potere d'acquisto delle famiglie e sulla competitività delle imprese esportatrici.

Il capitolo più critico per il settore produttivo riguarda i costi in bolletta. Le imprese manifatturiere italiane, nello scenario intermedio con gas a oltre 60 euro/MWh e petrolio a 110 dollari al barile, si troverebbero a sostenere 7 miliardi di euro aggiuntivi l'anno rispetto al 2025. Nello scenario peggiore, con gas a 100 euro/MWh e petrolio a 140 dollari al barile, il costo aggiuntivo salirebbe a 21 miliardi di euro annui: una cifra che equivale a un prelievo straordinario sull'intera base industriale del paese.

Le tre situazioni non contemplano un'auspicabile azione sia a livello europeo che italiano per affrontare una situazione grave.

Confindustria non si limita alla diagnosi, ma sollecita un intervento politico coordinato. Il presidente Emanuele Orsini ha invocato misure "incisive e forti" sia a livello nazionale che europeo, richiamando il precedente degli Eurobond varati durante la pandemia di Covid-19 come modello per costruire un mercato unico europeo dell'energia. La proposta non è nuova, ma l'urgenza con cui viene riproposta segnala la percezione di un rischio sistemico imminente.

Sul fronte europeo, le istituzioni comunitarie si trovano a dover bilanciare la risposta energetica con i vincoli di bilancio del Patto di Stabilità, recentemente riformato. Il percorso verso un mercato energetico integrato è ostacolato da interessi nazionali divergenti, infrastrutture disomogenee e dipendenze storiche da fornitori differenti tra i vari Stati membri.

Oggi l'Europa deve fare presto. Abbiamo bisogno che l'Europa definisca le linee ma che non possiamo permetterci di metterci troppo tempo.

Resta aperta la questione di fondo: quanto dell'onere energetico potrà essere assorbito dalle imprese attraverso margini già compressi, e quanto verrà scaricato sui prezzi finali o tradotto in tagli occupazionali? La risposta dipenderà dalla velocità con cui i governi e Bruxelles trasformeranno le dichiarazioni d'intento in strumenti operativi concreti, in un contesto in cui ogni settimana di ritardo ha un costo misurabile in miliardi.

Fonte: forbes.it

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