Approfondimenti Chips Act 2.0: l'Europa rivede la strategia sui chip
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09/06/2026

La Commissione europea lancia il Chips Act 2.0 con 120 miliardi di euro per i semiconduttori, dopo il fallimento degli obiettivi fissati dal primo provvedimento del 2023.

Chips Act 2.0: l'Europa rivede la strategia sui chip

Il 3 giugno 2025, la Commissione europea ha presentato il Chips Act 2.0, pilastro del pacchetto sulla sovranità tecnologica europeo, con l'obiettivo di mobilitare 120 miliardi di euro in investimenti entro il 2035. Il provvedimento ridisegna la strategia europea sui semiconduttori, spostando l'attenzione dall'attrazione di impianti produttivi alla costruzione di una domanda interna strutturata, all'accelerazione dei permessi e all'introduzione di poteri d'emergenza sulle forniture.

Il contesto da cui muove questa proposta è tutt'altro che incoraggiante. Il primo European Chips Act, in vigore dal settembre 2023, puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione globale di semiconduttori dal 10% al 20% entro il 2030, mobilizzando 43 miliardi di euro. La Corte dei Conti europea, nel suo rapporto speciale della primavera 2025, ha certificato che l'obiettivo è altamente improbabile: la proiezione realistica si ferma all'11,7% di quota di mercato globale al 2030, partendo dal 9,8% del 2022. Un progresso del 20% relativo, ma la metà dell'ambizione dichiarata.

Le ragioni di questo scarto sono strutturali. La Commissione controllava direttamente circa 4,5 miliardi di euro su 43, mentre il grosso del finanziamento transitava attraverso aiuti di Stato nazionali scarsamente coordinati. La frammentazione ha diluito la massa critica degli investimenti. Il vizio originario era l'assenza di una vera analisi della domanda: si costruiva l'offerta sperando che il mercato seguisse.

A poco serve costruire fabbriche se non esiste un mercato europeo che assorba la produzione.

Il Chips Act 2.0 tenta di correggere questo approccio attraverso quattro assi: miglioramento delle condizioni d'investimento, stimolazione della domanda industriale, rafforzamento dell'offerta e riduzione delle dipendenze critiche. Tra gli strumenti più rilevanti figurano i Grand Challenges, meccanismi competitivi per orientare la ricerca verso chip strategici per l'intelligenza artificiale, e i Demand Accelerators, progettati per colmare il cosiddetto gap lab-to-fab: l'Europa eccelle nella ricerca ma fatica a trasformare le innovazioni in produzione su scala.

La disposizione più controversa riguarda i poteri d'emergenza: in caso di grave carenza di semiconduttori, la Commissione potrebbe imporre ai produttori di prioritizzare determinati ordini, scavalcando contratti di fornitura esistenti. Un intervento diretto sul mercato senza precedenti nella legislazione industriale europea, che solleva interrogativi sulla certezza del diritto e sulla fiducia degli investitori privati.

Il confronto con i principali competitori geopolitici mette in prospettiva l'ambizione europea. Gli Stati Uniti hanno stanziato 52 miliardi di dollari in fondi federali diretti con il CHIPS and Science Act, a cui si aggiungono oltre 100 miliardi di dollari annunciati da TSMC per le sue sole fab americane. La Cina ha investito oltre 47 miliardi di dollari nel suo terzo Big Fund per i semiconduttori. L'Europa, invece, non ha ancora un budget centralizzato dedicato: la Semicon Coalition, che rappresenta tutti i 27 Stati membri e oltre 50 aziende tra cui Nvidia, ASML, Intel e STMicroelectronics, ha richiesto almeno 20 miliardi di euro nel prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. Senza questo capitolo di bilancio, il rischio è replicare la frammentazione del primo ciclo.

Il Chips Act era stato redatto senza una vera analisi della domanda e senza una valutazione d'impatto completa, un vizio originario che il 2.0 tenta di correggere.

Il bilancio dei progetti concreti è l'indicatore più sobrio. Il consorzio ESMC a Dresda, joint venture tra TSMC con il 70%, Bosch, Infineon e NXP, è l'unico grande progetto che procede secondo i tempi, con produzione a regime prevista per fine 2027 su investimenti superiori ai 10 miliardi di euro. Per contro, Intel ha cancellato nell'agosto 2025 la sua mega-fab da 30 miliardi di euro a Magdeburg, progetto-bandiera del primo Chips Act. Il progetto STMicroelectronics-GlobalFoundries a Crolles risulta accantonato da oltre 18 mesi secondo Bloomberg.

Il quadro geopolitico amplifica le tensioni. L'ambasciatore statunitense presso l'UE Andrew Puzder ha avvertito pubblicamente che misure protezionistiche nella legislazione sulla sovranità tecnologica rischiano di indebolire il partenariato transatlantico. L'Atlantic Council ha descritto un trilemma: l'Europa non può massimizzare simultaneamente autonomia tecnologica, apertura di mercato e buone relazioni con Washington.

La sovranità digitale non è un obiettivo binario, è un framework di gestione progressiva delle dipendenze critiche.

Letto in combinazione con il Cloud and AI Development Act, il Chips Act 2.0 compone un disegno di politica industriale digitale senza precedenti nell'Unione. Il primo orienta la domanda di infrastruttura computazionale, il secondo vorrebbe garantire la base hardware. Ma il circuito virtuoso immaginato dal legislatore europeo funziona solo se entrambe le leve producono risultati concreti. Se i requisiti di sovranità rallentano la migrazione digitale delle pubbliche amministrazioni e i nuovi impianti produttivi tardano ad arrivare, il rischio è un'Europa che legifera molto e produce poco. La vera domanda non è se l'Europa abbia gli strumenti normativi giusti, ma se abbia la capacità industriale e la coerenza politica per usarli prima che il divario con Stati Uniti e Cina diventi strutturalmente incolmabile.

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