Michael Burry, il gestore di fondi reso celebre dalla sua scommessa contro i mutui subprime nel 2008 e poi ritratto nel film The Big Short, ha preso una posizione pubblica netta sul mercato dell'intelligenza artificiale: in un post su X pubblicato di recente, ha dichiarato che Anthropic sta erodendo il vantaggio competitivo di Palantir, sostenendo che il creatore del chatbot Claude rappresenta oggi la scommessa più solida nel settore AI per le imprese.
La dichiarazione arriva a pochi mesi dall'apertura da parte di Burry di una posizione short su Palantir, la società di analisi dei dati quotata al Nasdaq che negli ultimi anni ha capitalizzato sulla narrativa AI per far lievitare la propria valutazione di mercato. Il gestore aveva già espresso scetticismo sulla tenuta complessiva del boom dell'intelligenza artificiale, segnalando la formazione di una bolla speculativa. Ora, però, il suo giudizio si fa più selettivo: non tutta l'AI è uguale, e il mercato enterprise sta premiando chi offre soluzioni più accessibili e rapidamente integrabili.
Al centro dell'analisi di Burry c'è un dato di crescita difficile da ignorare. Anthropic, startup con sede a San Francisco fondata da ex ricercatori di OpenAI e non ancora quotata in borsa, avrebbe visto il proprio fatturato ricorrente annuale (ARR) passare da 9 miliardi a 30 miliardi di dollari in pochi mesi, mentre Palantir ha impiegato vent'anni per raggiungere i 5 miliardi di dollari di fatturato. "Anthropic sta mangiando il pranzo di Palantir", ha scritto Burry, sottolineando come il modello basato su soluzioni "plug and play" stia accelerando l'adozione da parte delle aziende.
A supporto della tesi, Burry ha citato un'analisi di marzo 2026 elaborata dall'economista Ara Kharazian per Ramp, piattaforma di gestione della spesa aziendale, che ha tracciato in dettaglio la dinamica del mercato AI enterprise. Secondo i dati Ramp, quasi una impresa su quattro che utilizza la piattaforma paga oggi per i servizi di Anthropic, rispetto a una su venticinque soltanto un anno prima. Nel medesimo periodo, OpenAI ha registrato un calo dell'1,5% della propria quota di mercato in un singolo mese, il più ampio mai rilevato per una società AI da quando Ramp ha iniziato a monitorare il fenomeno.
Particolarmente significativo è un altro indicatore citato dall'analisi Ramp: la percentuale di aziende che sceglie di pagare per Claude prima ancora di sottoscrivere un abbonamento a OpenAI ha raggiunto il 73% a febbraio 2026. Questo dato suggerisce un cambiamento nelle preferenze degli acquirenti corporate che va oltre la semplice sperimentazione, configurandosi come un'alterazione strutturale del mercato.
Burry ha riconosciuto il peso dei contratti governativi che costituiscono una parte rilevante del portafoglio di Palantir, ma ha sminuito il valore di lungo termine di questo posizionamento. La vera profittabilità, secondo la sua lettura, risiede nel mercato enterprise privato, dove la semplicità di integrazione e il costo contenuto delle soluzioni AI costituiscono le vere barriere competitive. Burry non è il solo short-seller a scommettere contro Palantir: lo scorso settembre, Andrew Left aveva già dichiarato una posizione ribassista sulla società, indicando Databricks come alternativa preferita.
La questione che rimane aperta riguarda la sostenibilità di queste valutazioni in un contesto in cui nessuno dei nuovi sfidanti, da Anthropic a Databricks, è ancora quotato sui mercati pubblici. Quanto dei dati di crescita circolanti riflette metriche validate e quanto è frutto di narrative costruite in funzione di future IPO, con tutto il carico di incentivi che queste comportano per chi le gestisce e per chi le finanzia?