Anthropic, la società di intelligenza artificiale con sede a San Francisco e tra le più finanziate al mondo nel settore, ha pubblicato giovedì un documento strategico in cui sostiene che gli Stati Uniti dispongono oggi di un vantaggio di 12-24 mesi sulla Cina nello sviluppo di sistemi di IA di frontiera, ma che questo margine rischia di ridursi rapidamente in assenza di interventi normativi tempestivi.
Il documento delinea due scenari contrapposti per il panorama dell'IA nel 2028: uno in cui Washington rafforza i controlli sull'accesso cinese alle infrastrutture di calcolo americane, e uno in cui non lo fa. La posta in gioco non è solo tecnologica: il dominio nell'IA di frontiera ha implicazioni dirette sulla sicurezza nazionale, sulla governance dei modelli e sulla capacità di dettare standard globali per un'industria che vale già centinaia di miliardi di dollari.
Secondo l'analisi di Anthropic, la Cina sta recuperando terreno attraverso due canali principali: le lacune nei controlli sulle esportazioni di chip, che consentono ancora l'accesso a semiconduttori avanzati nonostante le restrizioni formali, e i cosiddetti "distillation attack", tecnica con cui un modello già sviluppato viene usato per addestrare un modello più piccolo e performante, aggirando di fatto la necessità di accedere direttamente alla tecnologia originale.
Sul fronte normativo, il percorso americano è stato tortuoso. L'amministrazione Biden aveva introdotto i primi controlli all'export verso la Cina nel 2022. L'amministrazione Trump ha inasprito le restrizioni, vietando a Nvidia e AMD di vendere chip al mercato cinese, salvo poi fare parziale marcia indietro nell'agosto scorso: Nvidia può ora vendere i suoi chip H200 alla Cina pagando un prelievo del 25% sui ricavi al governo federale. Una misura che solleva interrogativi sulla coerenza della strategia, poiché genera entrate fiscali ma lascia aperto un canale di accesso alla tecnologia che si dichiara di voler proteggere.
Anthropic cita anche operazioni clandestine: nel dicembre scorso, le autorità americane hanno incriminato diversi soggetti per aver tentato di contrabbandare chip avanzati di Nvidia riclassificandoli sotto la denominazione fittizia "SANDKYAN". In febbraio, la stessa società aveva denunciato che tre delle maggiori aziende cinesi di IA — DeepSeek, MiniMax e Moonshot AI — avrebbero utilizzato illecitamente il suo modello Claude per addestrare i propri sistemi.
Non mancano però voci dissonanti rispetto alla narrativa del recupero cinese. Zhang Chi, ex ingegnere di ByteDance e oggi ricercatore e professore associato alla Peking University, ha dichiarato in un podcast lo scorso aprile che la Cina starebbe in realtà allargando il divario, ostacolata dalla carenza di dati di alta qualità per l'addestramento dei modelli e dall'accesso limitato a chip di ultima generazione.
Il documento è stato pubblicato lo stesso giorno in cui il presidente Donald Trump si trovava in visita ufficiale in Cina per incontrare il leader Xi Jinping — il primo incontro di questo tipo da parte di un presidente americano dal viaggio di Trump del 2017. Al seguito, un gruppo di vertici del business americano: Elon Musk (Tesla), Tim Cook (Apple) e Jensen Huang (Nvidia), quest'ultimo al centro proprio del dibattito sui chip.
Resta aperta una domanda di fondo: in quale misura le posizioni di una società privata — peraltro beneficiaria diretta di politiche che limitano la concorrenza cinese — possono e devono influenzare le scelte regolatorie di un governo? Il rischio è che interessi commerciali legittimi si travestano da ragioni di sicurezza nazionale, comprimendo la concorrenza globale sotto la copertura della geopolitica.