Satlyt ha raccolto 8 milioni di dollari in un round seed per sviluppare software capace di eseguire modelli di intelligenza artificiale sui satelliti. La società è stata cofondata da Rama Afullo, ingegnere keniano-americano passato dal cloud di Google alla rete Starlink di SpaceX. Ha sedi a Sunnyvale, in California, e a Nairobi. L’obiettivo è far collaborare più satelliti nell’esecuzione di attività di calcolo complesse, portando una parte dell’elaborazione dei dati direttamente in orbita.
La strategia della startup riguarda il software, non la costruzione di veicoli spaziali. Afullo immagina una piattaforma utilizzabile sui satelliti di aziende diverse: un’infrastruttura condivisa che permetta ai clienti di eseguire applicazioni senza gestire ogni dettaglio dell’hardware sottostante. Per descrivere l’approccio ha richiamato le piattaforme di VMware e Snowflake e ha paragonato il ruolo che vorrebbe per Satlyt a quello di Android rispetto all’iPhone. Intanto anche SpaceX e Google stanno lavorando a progetti di data center orbitali.
Satlyt ha già portato il proprio software su due missioni dimostrative. La prima applicazione commerciale a cui guarda è la gestione dei satelliti stessi. Quando si presenta un problema, i mezzi spaziali dipendono spesso dai controllori a terra; inviare i dati sulla Terra tramite downlink può essere costoso e lento. Elaborare a bordo le letture dei sensori o affrontare un’anomalia con l’AI può ridurre la quantità di informazioni da trasmettere e accelerare le decisioni operative.
Un test condotto quest’anno mostra il tipo di risparmio a cui punta la società. Satlyt ha installato Gemma, il modello AI di Google DeepMind, su un veicolo spaziale gestito da Momentus. Il modello ha ridotto di oltre il 60% le dimensioni di una trasmissione relativa a errori del software di bordo. Secondo Afullo, efficienze di questo genere potrebbero far risparmiare centinaia di migliaia di dollari all’anno per satellite.
Il prossimo lancio porterà il software su un satellite costruito dalla startup indiana TakeMe2Space, che sviluppa hardware di calcolo per lo spazio. La missione coinvolge tre clienti con esigenze diverse. La NASA paga Satlyt per testare protocolli di cloud computing in orbita; Stellerian, specializzata nella sorveglianza degli oggetti spaziali, proverà carichi di lavoro per l’elaborazione delle immagini. TakeMe2Space userà invece la missione per dimostrare che il suo satellite può ospitare software di altre aziende. Il lancio è previsto su un razzo SpaceX insieme al primo prototipo di Project Suncatcher, l’iniziativa di Google per i data center spaziali.
Oggi in orbita ci sono ancora poche GPU ad alte prestazioni, e le attività operative restano quindi il campo di impiego più immediato. Il passo successivo previsto da Satlyt è collegare la capacità di calcolo di due satelliti diversi in un unico sistema condiviso. La società intende tentare la dimostrazione il prossimo anno: se riuscisse, potrebbe offrire un servizio cloud orbitale ai costruttori di veicoli spaziali. Per Afullo, il satellite diventerebbe così anche una risorsa gestita in grado di generare ricavi.
Il round è stato guidato da Non Sibi Ventures, società di investimento di Houston. Tra i suoi partner figura Bernard Harris, ex astronauta NASA con oltre vent’anni di esperienza nell’agenzia. Il partner Kent Lucas ha spiegato che la tesi di investimento non dipende dalla realizzazione di grandi data center nello spazio: l’attività di Satlyt potrebbe crescere anche semplicemente con l’aumento dei satelliti lanciati. Afullo punta a installare il software sul 20% dei satelliti entro la fine del decennio, contando sulla diffusione di processori avanzati a bordo dei nuovi mezzi.