Glow esce dalla fase stealth con un finanziamento da 180 milioni di dollari e una valutazione di 1,2 miliardi. La startup di cybersicurezza con sede a Palo Alto ha raccolto il capitale attraverso un round Series A interamente in equity, presentandosi al mercato già con lo status di unicorno e con l’obiettivo di ripensare la protezione dei dispositivi aziendali nell’era dell’intelligenza artificiale.
Il round vede il sostegno di Sequoia Capital, Cyberstarts, Greenoaks e Redpoint Ventures, con la partecipazione di Index Ventures, Swish Ventures, Lux Capital, Operator Collective e Holly Ventures. Glow entra così nel gruppo delle startup della sicurezza informatica che hanno superato la soglia del miliardo di dollari prima di rendere pubbliche le proprie metriche sui ricavi. L’azienda afferma comunque di avere già clienti paganti, senza comunicarne nomi o numero.
La scommessa nasce dalla trasformazione degli endpoint aziendali, una categoria che comprende laptop dei dipendenti, server e altri dispositivi connessi. Mentre le imprese distribuiscono nuovi strumenti di AI, gli attaccanti possono utilizzare l’intelligenza artificiale generativa per automatizzare il phishing, sviluppare malware e orchestrare operazioni più sofisticate. Il dibattito si è intensificato anche dopo la presentazione di Mythos da parte di Anthropic, modello che l’azienda ha descritto come capace di identificare e sfruttare vulnerabilità software avanzate.
Fondata nel 2025, Glow sta costruendo una piattaforma che consente alle organizzazioni di monitorare e controllare software, strumenti per sviluppatori e agenti AI in esecuzione sui dispositivi dei dipendenti. Agenti specializzati mappano continuamente gli ambienti aziendali, valutano i rischi in tempo reale e applicano le politiche di sicurezza. L’approccio punta quindi a intervenire prima che componenti rischiosi entrino nell’infrastruttura, invece di concentrarsi soltanto sul rilevamento di minacce già emerse.
«Nell’ultimo decennio tutto si spostava verso cloud e SaaS. Improvvisamente l’AI arriva sull’endpoint in un modo mai visto prima», ha spiegato il cofondatore e amministratore delegato Roi Tiger, già vicepresidente dell’ingegneria di Meta. Tiger ha fondato Glow con Omer Singer, già responsabile della strategia di cybersicurezza di Snowflake, Ophir Arie, ex vicepresidente ricerca e sviluppo di Claroty, e Arnon Joseph, in precedenza dirigente dell’ingegneria di Meta.
Nel gruppo dirigente figura anche la direttrice operativa Emily Heath, già chief information security officer di United Airlines e DocuSign e componente del consiglio di Wiz fino all’acquisizione da 32 miliardi di dollari da parte di Google. Glow dichiara clienti nei settori sanitario, retail e finanziario, con implementazioni tipiche estese a decine di migliaia di dispositivi all’interno di organizzazioni globali.
Per alimentare la piattaforma, Glow utilizza modelli di Anthropic e Google Gemini attraverso Amazon Bedrock, affiancandoli con software proprietario che fornisce il contesto aziendale e ne aumenta l’affidabilità nelle attività di sicurezza. La società sostiene di avere già bloccato l’installazione di pacchetti npm dannosi, individuato agenti AI che tentavano di importarli e rilevato dispositivi sui quali gli strumenti di endpoint detection and response erano assenti o funzionavano con capacità ridotte.
Glow entra in un mercato affollato, presidiato da CrowdStrike, Microsoft, SentinelOne e Palo Alto Networks. La differenza rivendicata da Tiger è tra una difesa orientata a riconoscere le minacce dopo la loro comparsa e una prevenzione capace di fermare in anticipo software, agenti AI e strumenti di sviluppo rischiosi. La startup impiega quasi 100 persone, per circa il 70% in Israele e per il resto negli Stati Uniti. Resta ancora aperta la possibilità che la sicurezza degli endpoint progettata nativamente per l’AI diventi una categoria autonoma, mentre le aziende iniziano a misurarsi con modelli sempre più capaci.