Apple sta accelerando lo sviluppo dell’M7 Ultra, un processore che potrebbe supportare fino a 1,5 TB di RAM e diventare la base di un nuovo prodotto server. Il chip si inserisce in una strategia sempre più concentrata sull’hardware per l’intelligenza artificiale, mentre l’azienda prepara una nuova generazione di sistemi capaci di eseguire elaborazioni complesse direttamente sui dispositivi e, in prospettiva, su infrastrutture progettate internamente.
Le radici di questa traiettoria risalgono al programma Apple per l’auto a guida autonoma, un progetto che non è mai arrivato a concretizzarsi in un veicolo commerciale. Nelle prime fasi di sviluppo della piattaforma, l’azienda aveva però individuato la necessità di una notevole capacità di elaborazione AI a bordo. Il processore destinato all’automobile non fu completato, ma il lavoro avviato contribuì alla nascita del Neural Engine, oggi elemento centrale dell’elaborazione locale nei dispositivi Apple.
Il Neural Engine debuttò con iPhone X e il chip A11 Bionic. In quella fase veniva impiegato soprattutto per applicazioni di computer vision, tra cui Face ID, Animoji e funzionalità di realtà aumentata. Erano utilizzi circoscritti rispetto alle attuali ambizioni dell’AI generativa, ma introdussero nell’ecosistema Apple un’architettura dedicata a operazioni che avrebbero altrimenti richiesto maggiore ricorso alla CPU, alla GPU o a risorse esterne.
Quell’impostazione è stata successivamente trasferita ai computer attraverso i chip della famiglia Apple M, portando il Neural Engine dai dispositivi mobili ai desktop. L’elaborazione sul dispositivo ha permesso all’azienda di legare le prestazioni AI anche alla tutela della privacy: quando una parte maggiore dei dati viene processata localmente, diminuisce infatti la quantità di informazioni che deve essere inviata al cloud. Hardware, software e gestione dei dati diventano così componenti della stessa architettura.
Il quadro presenta tuttavia una differenza tra le due anime della strategia. Gli sforzi di Apple sul software AI sono rimasti indietro rispetto al resto dell’industria, mentre la piattaforma hardware ha continuato a distinguersi per capacità e integrazione. L’accelerazione sui nuovi processori indica che l’azienda intende fare dell’infrastruttura AI uno dei cardini dei prossimi cicli di prodotto, sfruttando un patrimonio tecnologico costruito prima che l’intelligenza artificiale diventasse il principale terreno competitivo del settore.
Secondo le indicazioni di Mark Gurman, Apple avrebbe deciso di non sviluppare le versioni Pro, Max e Ultra dell’imminente M6, concentrando invece le risorse sulla generazione successiva. L’M7 dovrebbe arrivare nella prima metà del 2027 con aggiornamenti significativi al Neural Engine. La scelta ridurrebbe le articolazioni della generazione intermedia e anticiperebbe l’attenzione su un’architettura pensata per sostenere carichi AI più impegnativi, tanto sui dispositivi quanto in sistemi di maggiore scala.
La variante Ultra dovrebbe infatti costituire la base di un nuovo prodotto server Apple. Il supporto potenziale fino a 1,5 TB di memoria suggerisce una macchina collocata molto oltre i normali requisiti di un computer personale e orientata a elaborazioni particolarmente intensive. Il progetto automobilistico non ha prodotto l’auto immaginata, ma la tecnologia sviluppata lungo quel percorso continua a vivere nei chip: prima negli smartphone, poi nei Mac e ora, con l’M7 Ultra, nella possibile espansione di Apple verso server AI progettati attorno al proprio silicio.