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HateAid denuncia Meta per la privacy degli smart glasses

L’organizzazione tedesca HateAid accusa Meta e i suoi partner di violare le norme sulla privacy con le capacità di registrazione degli smart glasses.

13 ago 2026 4 min lettura A cura di Redazione
HateAid denuncia Meta per la privacy degli smart glasses
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L’organizzazione tedesca per i diritti umani HateAid ha presentato una denuncia penale contro Meta, contestando le capacità di registrazione degli smart glasses commercializzati dal gruppo. L’iniziativa sostiene che la presenza di telecamere discrete all’interno di una montatura indossabile possa violare la legislazione tedesca sulla privacy. Nel mirino non c’è soltanto il produttore della tecnologia: la denuncia coinvolge anche i partner dell’occhialeria Ray-Ban e Oakley, oltre a diversi rivenditori dei dispositivi.

La contestazione richiama in particolare il Telecommunications, Digital Services and Data Protection Act. Secondo HateAid, la vendita degli occhiali potrebbe costituire un reato proprio a causa delle loro capacità di registrazione poco visibile. L’organizzazione chiede inoltre limitazioni sui luoghi nei quali i dispositivi possono riprendere, prendendo come riferimento le regole applicate a strumenti come dashcam e bodycam. La questione supera così la gestione individuale della privacy e investe direttamente la legittimità della distribuzione commerciale del prodotto.

Meta respinge questa lettura e afferma che i suoi smart glasses sono stati progettati fin dall’origine con protezioni per la privacy superiori a quelle offerte da qualsiasi smartphone. Durante una registrazione, sulla montatura si accende un LED di segnalazione. Il software dovrebbe inoltre bloccare l’utilizzo della fotocamera quando rileva una manomissione della luce, per esempio attraverso del nastro isolante. Sul mercato sono però comparsi accessori di terze parti concepiti per coprire il LED senza attivare i controlli predisposti dall’azienda.

La denuncia contesta la vendita di dispositivi capaci di registrare in modo discreto

Il nodo sollevato dalla denuncia riguarda soprattutto chi si trova davanti agli occhiali. Le impostazioni disponibili proteggono prevalentemente l’acquirente, mentre i passanti possono non sapere che una montatura integra una fotocamera o non accorgersi dell’indicatore luminoso. Queste persone non hanno accettato le condizioni di Meta né consultato le sue informative. È stata persino sviluppata un’applicazione capace di avvisare l’utente quando rileva nelle vicinanze un paio di smart glasses, segnale di una crescente domanda di strumenti difensivi.

Le preoccupazioni comprendono anche l’evoluzione tecnica dei dispositivi. A giugno Meta ha rimosso silenziosamente dal software complementare degli occhiali del codice inattivo legato al riconoscimento facciale, dopo che la sua presenza era stata individuata. Sebbene il codice non fosse operativo, il ritrovamento ha alimentato gli interrogativi sulle funzioni che potrebbero essere integrate in prodotti sempre più diffusi. Una fotocamera indossata sul volto, infatti, rende la registrazione meno evidente rispetto al gesto normalmente necessario per riprendere con uno smartphone.

Le impostazioni proteggono soprattutto chi indossa gli occhiali, non chi viene ripreso

Un secondo fronte si apre quando immagini e informazioni lasciano il dispositivo. Le normali fotografie e i video rimangono sull’apparecchio dell’utilizzatore, a meno che non siano attivati archiviazione cloud o condivisione. Il funzionamento di Meta AI segue una logica diversa: quando l’utente interroga l’assistente su ciò che sta osservando, informazioni sull’ambiente circostante vengono inviate a Meta per essere elaborate. Alcune interazioni sono poi esaminate ed etichettate da collaboratori esterni nell’ambito delle attività di addestramento dell’intelligenza artificiale.

Con Meta AI, informazioni sull’ambiente vengono inviate all’azienda per l’elaborazione

Alcuni addetti all’annotazione in Kenya hanno dichiarato di aver incontrato materiale intimo e sensibile acquisito tramite gli occhiali. Fra i contenuti segnalati figurano nudità, riprese effettuate in bagno, atti sessuali, numeri di carte di credito e altre informazioni private. La denuncia tedesca concentra quindi nello stesso caso tre livelli della trasformazione digitale: la raccolta invisibile nel mondo fisico, il trasferimento dei dati ai sistemi cloud e la revisione umana necessaria ad alimentare le funzioni AI. Per produttori, partner e rivenditori, la sfida si sposta dalla sola innovazione del prodotto alla tutela concreta di chi potrebbe esserne ripreso senza saperlo.

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